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Ancona, comune della Repubblica Italiana,
deve la sua origine ad antiche civiltà cresciute attorno al suo porto
naturale; vive protesa verso il mare; partecipa attivamente e senza spirito
di dominio alle vicende del territorio circostante.
La millenaria storia di Ancona inizia con gli insediamenti dell'età del
bronzo e la fondazione da parte di Greci di stirpe dorica nel 387 a.C. Fu
per circa due secoli una fiorente colonia greca; successivamente fu alleata
e poi municipio di Roma. In seguito fu una delle metropoli dell'Impero
Bizantino e una repubblica marinara. Durante i cinque secoli di indipendenza
si distinde dalle altre repubbliche marinare per un comportamento alquanto
singolare: mai intraprese guerre di sopraffazione contro altre città,
contenta del proprio rapporto con il mare e con l'Oriente; dovette però
spesso difendersi da potenze nemiche, cosa che fece sempre con grande
ardore. Una costante della storia di Ancona di tutti i secoli è anzi il
ripetersi di difficili assedi dai quali emerse quasi sempre vittoriosa, dopo
lunghi patimenti. Entrò a far parte dello Stato Pontificio nel 1532 e passò
quindi al Regno d'Italia.
Le origini ed il villaggio piceno
Già nell'età del bronzo l'attuale zona centrale di Ancona ospitava alcuni
villaggi: nei pressi del Campo della Mostra (Piazza Malatesta) e sul Colle
dei Cappuccini. Nell'età del ferro, quest'ultimo divenne un centro piceno e
si distinse dagli altri della regione per le attività collegate al mare,
come la pesca. La necropoli si trovava nei pressi dell'attuale rione
Cardeto. Armi, ornamenti femminili e attrezzi di lavoro sono esposti al
museo archeologico nazionale delle Marche.
La colonia greca
Fin dall'epoca micenea i greci conoscevano e frequentavano il porto naturale
di Ancona, come provano poche ma significative testimonianze archeologiche e
l'antico culto dell'eroe greco Diomede. Già nel V secolo a.C. i Greci
indicavano con il nome di Αγκων (Ankon, gomito) la città. Infatti la città
di Ancona sorge su un promontorio a forma di gomito piegato, che protegge il
porto naturale.
Nel 387 a.C. un gruppo di greci esuli da Siracusa, desiderosi di
allontanarsi dalla tirannide di Dionisio I di Siracusa, sbarcarono ad
Ancona, attratti dal grande porto naturale e fondarono la città sul colle
Guasco. Sulla cima del colle, trasformata in acropoli, eressero un tempio
dorico dedicato ad Afrodite, i cui resti sono visibili oggi sotto il Duomo
di San Ciriaco. I greci fondatori di Ancona erano della stirpe dei Dori, e
da essi Ancona prese l'appellativo di "dorica" che ancora oggi la
contraddistingue. La fondazione di Ancona rientra nel piano di espansione
dell'influenza siracusana nell'Adriatico, e fu accompagnata dalla nascita di
altre colonie greche nella sponda orientale di questo mare; insieme ad
Ancona i Siracusani avevano fondato più o meno direttamente le città di
Alessio (Lissos), Curzola (Kòrkyra melaina), Lissa (Issa), Lesina e
Cittavecchia (Pharos e Dimos). Le monete greche di Ancona recano su un lato
il profilo di Afrodite e sull'altro un braccio piegato con la mano che
stringe un ramoscello, forse di mirto, sacro a Venere; sotto il braccio la
scritta ΑΓΚΩΝ (Ankon) e sopra la costellazione dei Gemelli, protettori dei
naviganti. Questa moneta è servita di modello per lo stemma della provincia
di Ancona, nel quale il mirto e le due stelle sono sostituiti da un ramo di
corbezzolo con due frutti, rappresentante il Monte Conero.
Un'esposizione dei resti archeologici (purtroppo non completa) della
necropoli sono ammirabili nel Museo di storia urbana, sito in Piazza del
Papa. Le origini greche di Ancona sono ricordate nel cartiglio posto sotto
lo stemma civico: Ancon Dorica Civitas Fidei.
Il municipio romano
Statua di Traiano. All'arrivo dei Romani nelle Marche le popolazioni
locali cercarono inizialmente una convivenza pacifica. Ancona attraversò un
periodo di transizione tra la civiltà greca e quella romana, anche dal punto
di vista linguistico. Dal 113 a.C. Ancona può considerarsi città romana, pur
orgogliosa delle proprie origini greche. I Romani consideravano Ancona
l'accesso d'Italia da Oriente e quindi la sede naturale dei commerci con la
Dalmazia, L'Egitto e l'Asia. Comprendendo l'importanza strategica e
commerciale che aveva Ancona, l'imperatore Traiano fortificò la città e ne
ampliò il porto. Per ricordare ciò il Senato e il popolo romano dedicarono
all'imperatore un arco di trionfo ancora oggi uno dei simboli della città,
ammirabile nell'area portuale. Dal porto di Ancona Traiano si imbarcò con le
sue truppe in procinto di intraprendere la seconda guerra dacica. La scena
della partenza è scolpita nella pietra della Colonna Traiana, a Roma, e
questa immagine costituisce il primo panorama della città. In esso si nota
il Colle Guasco con il tempio di Venere, affacciato sul porto; si osserva un
tempio sulla riva del mare, secondo la tradizione dedicato a Diomede; si
notano i magazzini portuali, i cantieri navali e naturalmente l'arco di
Traiano, con tre statue sull'attico. È interessante notare che i simboli
della città da quasi duemila anni sono gli stessi: il tempio, ora cristiano,
alto sul colle, l'arco di Traiano affacciato sul porto.
Il Cristianesimo si diffuse molto presto, ad opera di navigatori provenienti
dall'Oriente che portarono la notizia del martirio di Santo Stefano. È
attorno alla testimonianza del protomartire infatti che si formò la prima
comunità cristiana cittadina. Galla Placidia favorì Ancona in vario modo, ed
ebbe un ruolo nel far tornare in città il corpo di San Ciriaco, secondo la
tradizione vescovo di Ancona, morto martire in Palestina. Al ritorno del
corpo del santo i cittadini lo elessero proprio patrono.
Ancona città bizantina
Alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente Ancona come gran parte d'Italia
fu dominio degli Eruli di Odoacre e poi dei Goti di Teodorico. Con lo
scoppio della guerra gotico-bizantina venne presa dalle truppe dell'Impero
Romano d'Oriente e resistette eroicamente a due assedi gotici, nel 538 e nel
551; in quest'ultimo i bizantini riuscirono a distruggere l'intera flotta
gotica. Dopo la vittoria bizantina fece parte della Pentapoli marittima
assieme alle città di Senigallia, Fano, Pesaro e Rimini. Dopo un breve
periodo sotto il dominio longobardo, nel 774 d.C. la città passa, almeno
nominalmente, allo Stato della Chiesa. Nel saccheggio nel 848 d.C. ad opera
dei Saraceni l'arco di Traiano venne spogliato dalle statue e dagli
ornamenti.
Ancona Repubblica marinara
Bandiera del libero comune di Ancona, usata ancora oggi.Con l'istituzione
del Sacro Romano Impero la città fu posta a capo della Marca di Ancona, che
dopo aver assorbito le marche di Camerino e di Fermo comprese quasi tutta
l'odierna regione Marche. Il potere imperiale ben presto si affievolì, fino
a diventare solo formale. Infatti, a partire dall'anno 1000 la città inizia
un cammino verso l'indipendenza, favorito dall'aumento del commercio. Alla
fine dell'XI secolo Ancona è ormai un libero comune e una delle repubbliche
marinare che non compaiono nello stemma della Marina Militare, come Gaeta,
Trani e Ragusa (Croazia, odierna Dubrovnik). Si scontra così sia con il
Sacro Romano Impero, che tentò ripetutamente di ristabilire il suo effettivo
potere, sia con Venezia, che non accettava nell'Adriatico una città marinara
che, sia pur in forma ridotta, le faceva concorrenza per i traffici con
l'Oriente. Ancona poteva contare sull'appoggio dell'Impero Romano d'Oriente.
Per resistere allo strapotere veneziano era poi preziosa l'alleanza con la
Repubblica di Ragusa, in Dalmazia.
La forza di Ancona, comunque, era tale che, nel 1137 respinse l'imperatore
Lotario II, e nel 1167 anche l'imperatore Federico Barbarossa. La prova più
terribile fu però nel 1174, quando il Barbarossa inviò ad Ancona il suo
luogotenente, l'Arcivescovo Cristiano di Magonza, per sottomettere una buona
volta la città. L'assedio aveva buone garanzie di riuscita, dato che le
forze imperiali, che circondavano la città, potevano questa volta contare
anche sull'alleanza con la flotta veneziana, che occupava il porto.
L'assedio fu lungo e pesante. Sono da citare le gesta eroiche dell'eroina
anconitana per eccellenza: Stamira (detta anche Stamura), una giovane vedova
che con un gesto fulmineo incendiò una botte causando l'incendio di numerose
macchine d'assedio nemiche, permettendo anche ai cittadini di uscire dalle
mura per rifornirsi di cibo; durante l'assedio rifulse anche l'eroismo del
sacerdote Giovanni di Chio, che in giorno di burrasca si gettò in mare per
tagliare le gomene della nave ammiraglia veneziana, la Totus Mundus,
provocando così l'affondamento di parte della flotta. La città uscì
vittoriosa anche questa volta, ed il periodo florido seguito alla vittoria
permise di aumentare i traffici marittimi con l'Oriente e di ingrandire ed
abbellire la propria cattedrale su modello bizantino.
Ancona era una repubblica oligarchica il cui governo era formato da sei
Anziani, o Signori, che erano eletti dai tre terzieri nei quali era divisa
la città: S. Pietro, Porto e Capodimonte. Il suo territorio comprendeva
tutta la zona tra i fiumi Esino, il Musone ed Aspio, ed era protetto da
circa venti castelli, tra i quali Poggio, Massignano, Varano, Sirolo,
Offagna, Agugliano, Polverigi, Montesicuro, Bolignano, Gallignano, Paterno,
Falconara (questi centri sono infatti detti ‘castelli di Ancona’).
La Repubblica Marinara di Ancona batteva moneta propria: l'agontano; aveva
propri codici di navigazione noti sotto il nome di "Statuti del mare e del
Terzenale (arsenale)" e "della Dogana"; inviava consoli ed aveva fondaci e
colonie in tutti i porti d'Oriente, da Costantinopoli alla Siria, dalla
Romania all'Egitto; d'altra parte in città erano presenti folte comunità
straniere organizzate, tra le quali quella greca e quella schiavona (ossia
dalmata ed albanese), che avevano propri luoghi di culto. A queste si deve
aggiungere un'attiva comunità ebraica, che è stata (ed è tutt'ora) parte
importante della società cittadina, come prova la sinagoga (con arredi anche
del XVI secolo) e il Campo degli Ebrei, cimitero israelitico tra i più
antichi (XV secolo) e importanti d'Europa.
È nota la partecipazione a diverse crociate, tra cui la prima. Nella lotte
fra Papa ed Imperatore del XIII secolo, Ancona è di parte guelfa. Lo stemma
del libero comune, un cavaliere armato, rappresentante la virtù guerriera e
l'attaccamento alla libertà, è quello che anche oggi identifica la città.
Tra i suoi navigatori si deve ricordare Ciriaco d'Ancona (Ciriaco Pizzecolli),
che nelle rive del Mediterraneo andava instancabilmente in cerca delle
testimonianze della perduta civiltà classica, trascrivendo iscrizioni e
disegnando monumenti; suo è il primo disegno moderno del Partenone di Atene.
Egli è perciò giustamente considerato il precursore, o il fondatore
dell'archeologia.
La struttura sociale, che vedeva nobili e popolani uniti intorno alle
attività marinare, non permise l'affermarsi di signorie in città.
Un'eccezione è rappresentata dall'occupazione da parte dei Malatesta nel
1348, che si approfittarono della condizione di debolezza dovuta alla
celebre peste che infuriava in tutta Europa e ad un incendio che aveva
semidistrutto la città. Durante circa cinque secoli, l'unica eclisse di
libertà fu proprio nel periodo che va dal 1348 al 1383, e terminò con la
distruzione a furor di popolo della Rocca di S. Cataldo, eretta dai
Malatesta e completata dall'emissario del Papa Egidio Albornoz, rocca vista
come un segno di oppressione delle libertà comunali.
Ancona nello Stato Pontificio
Papa Clemente VII fece costruire da Antonio da Sangallo il Giovane la
fortificazione della Cittadella, che con i suoi cinque bastioni è uno
splendido esempio di fortificazione rinascimentale, con il pretesto,
rivelatosi falso, di una imminente invasione della città da parte dei
Turchi; in realtà il 19 settembre 1532 Ancona venne occupata dalle truppe
pontificie e dovette rinunciare all'indipendenza; con un colpo di stato ante
litteram papa Clemente VII la incorporò nei domini dello Stato Pontificio.
Nel 1569 papa Pio V decreta l'espulsione degli ebrei da tutte le città dello
Stato Pontificio ad eccezione di Ancona, Roma ed Avignone, le uniche in cui
papa Paolo IV aveva fatto erigere i ghetti nei 1555; le comunità presenti in
quasi tutti i centri della Marca di Ancona si trasferirono quindi o nel
capoluogo o nelle città del vicino Ducato di Montefeltro ove, fino a ché
visse l'ultimo dei Della Rovere, gli ebrei ebbero condizioni di vita
migliori.
Statua di Clemente XII in Piazza del Plebiscito (conosciuta da tutti come
"del Papa")A causa della scoperta dell'America, e della caduta di
Costantinopoli nelle mani dei Turchi, il centro dei commerci si era ormai
spostato dal Mediterraneo all'Atlantico e per tutte le città marinare
italiane, compresa Ancona, iniziò un periodo di recessione che durò per
tutto il XVII secolo.
Solo con papa Clemente XII, che nel 1732 concesse il porto franco,
l'economia vide una nuova luce; questo pontefice concesse il porto franco, e
ne finanziò l'ampliamento inviando ad Ancona il famoso architetto Luigi
Vanvitelli. Questi realizzò nella zona Sud del porto un'isola artificiale
sulla quale edificò un grande lazzaretto, opera polivalente che ancora oggi
caratterizza il porto; inoltre prolungò il Molo Nord, sul quale eresse un
arco dedicato a Clemente XII. Ancona, riconoscente, dedicò a questo papa una
statua ed una piazza (oggi Piazza del Plebiscito), chiamata dagli anconetani
semplicemente "del papa". Clemente XII è evidentemente considerato il papa
per antonomasia.
La parentesi francese
Il 25 giugno 1796 il popolo, preoccupato dell'imminente arrivo dei francesi,
si trovava nel Duomo di San Ciriaco in veglia di preghiera, e attonito vide
la venerata immagine del quadro della Madonna aprire gli occhi. L'anno
successivo Napoleone occupò la città e proclamò la Repubblica Anconitana,
che nel 1798 venne annessa alla prima Repubblica Romana. Nel 1799, dopo sei
mesi di assedio austriaco i francesi cedettero. La Francia riconquistò la
città nel 1801, e dal 1808 entrò nel Regno Italico napoleonico. Tornò a far
parte dello Stato Pontificio nel 1815, con la Restaurazione.
Ancona nel Risorgimento
Il dominio francese aveva lasciato nella città le idee rivoluzionarie di
libertà, e questo permise la diffusione della Carboneria; rimase a lungo
nella città Massimo d'Azeglio. Ancona partecipò ai moti del 1831-33 che
vennero repressi con processi e condanne più o meno gravi. Il 22 febbraio
1832, senza che le truppe pontificie ponessero resistenza, i francesi
riprendono il potere ad Ancona per un breve periodo, fino al 1° agosto,
quando, dopo trattative diplomatiche, viene riconsegnata al Papa. Ma in
questi giorni, il 1° marzo 1832, viene fondata una congregazione della
Giovine Italia che continuerà a portare avanti l'idea dell'Italia unita.
Nel 1837 una grave epidemia di colera colpì Ancona, causando 716 morti tra i
circa 25.000 cittadini.
Dopo un passaggio in città di Giuseppe Garibaldi, nel 1849, al termine della
prima guerra d'indipendenza, Ancona si dichiarò libera dal dominio papale e
appartenente alla (seconda) Repubblica Romana. Papa Pio IX chiese allora
l'aiuto degli austriaci, comandati del maresciallo Franz von Wimpffen, per
riprendere il possesso delle sue terre. Compagna di Venezia e di Roma, la
città di Ancona resistette eroicamente per settimane (24 maggio-19 giugno)
all'assedio austriaco. Pagine di eroismo vennero scritte da Antonio Elia,
che difendeva la città da una nave ancorata al porto; perse la vita
difendendo la città il capitano cremonese Enrico Gervasoni. Era la prima
volta che Ancona era difesa da uomini provenienti da ogni parte d'Italia,
guidate dal colonnello Livio Zambeccari, segno della diffusione dello
spirito risorgimentale. Un gruppo di giovanissimi ebbe un ruolo
particolarmente importante nella resistenza agli austriaci: era chiamato il
"Drappello della Morte". Quando gli austriaci riuscirono ad entrare in città
concessero agli Anconitani l'onore delle armi. Ancona, tornata nelle mani
del Papa, subì un lungo periodo di occupazione militare austriaca e
l'applicazione rigorosa della legge stataria, con gravi condanne anche per
piccoli reati. Il patriota Antonio Elia, con una misera scusa, venne
accusato di detenzione di armi e venne fucilato. Dopo l'Unità d'Italia, in
occasione del cinquantenario, Ancona venne insignita della medaglia d'oro al
valor militare per l'eroismo e l'attaccamento agli ideali di libertà e di
indipendenza dimostrati nel 1849.[2]
Il 1853 ci furono scarsi raccolti, e l'anno successivo il colera colpì di
nuovo la città. Da segnalare, in questa occasione, il lavoro incessante in
aiuto della popolazione del gonfaloniere Michele Fazioli, successivamente
eletto primo sindaco di Ancona.
Nel 1859 più di 800 anconetani partirono alla volta del Piemonte per
combattere nella seconda guerra di indipendenza. Da citare l'eroe Augusto
Elia, orfano di Antonio. Dal 1859 fu accanto a Garibaldi su molti fronti,
divenendo per lui come un figlio; fu tra i Mille che partirono da Quarto; fu
l'eroico protagonista della giornata di Calatafimi, nel 1860, durante la
quale, dopo aver messo in salvo il figlio di Garibaldi, fece scudo col suo
corpo all'Eroe dei Due Mondi, salvandogli la vita. Rimasto gravemente ferito
al volto, per molti mesi tra la vita e la morte e per quasi tre anni senza
poter parlare, non ancora ristabilito tornerà con impeto a far parte del
corpo dei Mille in altre pericolose spedizioni, fino all'ottenimento
dell'agognata Unità dell'Italia.
L'annessione al Regno d'Italia
Gli austriaci, sconfitti dall'esercito sardo a Castelfidardo, si rifugiarono
in Ancona per tentare l'ultima difesa dei territori pontifici: Ancona era
ormai per loro l'ultimo baluardo. Le truppe italiane dell'ammiraglio Carlo
Persano circondarono subito Ancona da mare e da terra, e iniziarono un
assedio lungo e difficile. Solo con lo scoppio della lanterna le navi di
Vittorio Emanuele potettero entrare in porto. Il 29 settembre 1860 le truppe
dei generali Cialdini e Manfredo Fanti entrarono vittoriose in Ancona. Dopo
appena tre giorni il re Vittorio Emanuele II arrivò in città per salutare i
suoi nuovi sudditi: le Marche e l'Umbria con la battaglia di Castelfidardo e
la presa di Ancona erano ormai italiane, e il Regno d'Italia era ormai una
realtà. Il 4-5 novembre dello stesso anno un plebiscito segnava, in modo
pressoché unanime[3], la volontà del popolo di entrare nel Regno d'Italia,
sancita con Regio Decreto del 17 dicembre.
Al momento dell'annessione il territorio comunale era di 107,47 km², le
frazioni di Paterno e Montesicuro furono aggiunte negli anni successivi,
mentre Cassero passerà a Camerata Picena. L'8 luglio 1865 scoppiò in città
un'epidemia di colera portata dagli esuli di Alessandria d'Egitto, e durò
fino a settembre causando 1500 morti. Il morbo si ripresentò due anni più
tardi, ma questa volta la città era preparata e causò solo 35 vittime in
tutto il comune (cinque in città).
Subito Ancona assunse un ruolo militare notevole nella compagine difensiva
del giovane regno: fu una delle cinque piazzeforti di prima classe, insieme
a Torino, La Spezia, Taranto e Bologna. Per adeguare le difese della città
al nuovo rango acquisito, tutte le colline di Ancona, tranne quella del
Duomo, vennero fortificate, e venne promosso uno straordinario ampliamento
urbanistico (il primo piano di espansione dell'Italia unita): la superficie
della città raddoppiò con la costruzione di nuove mura. Il volto della città
cominciò ad assumere un aspetto moderno su modello torinese, con l'apertura
di un corso centrale (Corso Garibaldi), l'edificazione di teatri, la
realizzazione di giardini pubblici (Piazza Stamira) e piazze alberate
(Piazza Roma, Piazza Cavour), di parchi (il Pincio), l'inaugurazione
dell'acquedotto, del servizio di illuminazione a gas, del trasporto
pubblico, prima su tram a cavalli e poi elettrici. Era l'epoca in cui
l'Italia stava realizzando la propria rete ferroviaria, e Ancona ne divenne
subito un nodo importante; venne così costruita la stazione ferroviaria
centrale. Nel periodo post-unitario, inoltre, fu l'epoca in cui si forma il
sistema museale anconitano: nascono la pinacoteca, il museo archeologico, il
museo del Duomo e, pochi anni dopo, il museo di storia naturale (ora
intitolato a Luigi Paolucci). Solo con la terza guerra di indipendenza e
l'annessione di Venezia all'Italia, Ancona diminuì la sua importanza
militare, ma la normalizzazione si ebbe solo con la presa di Roma. Nei circa
dieci anni di piazzaforte di prima classe, però, Ancona era diventata una
città moderna.
Nell'ambito della terza guerra di indipendenza italiana, il 16 luglio 1866
dal porto di Ancona partì il generale Persano al comando delle navi italiane
verso la battaglia di Lissa. Partecipò anche la corazzata Ancona[4]; la nave
era stata commissionata dal neonato comune per essere offerta al re Vittorio
Emanuele II.
Il Novecento
Nei primi anni di questo secolo Ancona fu protagonista dei moti
insurrezionali-anarchici, che portarono, nel 1914, alla Settimana Rossa. Il
24 maggio 1915, giorno in cui l'Italia entrò nella prima guerra mondiale,
gli austriaci tempestivamente bombardarono la città e causarono alcune
decine di morti, distruggendo in parte il cantiere navale ed danneggiando il
Duomo, quando ancora la popolazione non era pronta a ricevere i colpi della
guerra. Inoltre, la popolazione cittadina dovette subire anche una serie di
terremoti che iniziarono il 21 ottobre 1916 e proseguirono per un paio di
mesi. Il 10 giugno 1918 il porto anconetano accolse i MAS 15 e 21 del
Capitano di Corvetta Luigi Rizzo e del Guardiamarina Giuseppe Aonzo e gli
altri 14 marinai di ritorno dall'impresa di Premuda in cui silurarono la
corazzata Santo Stefano. Nel dopoguerra i disagi sociali portarono alla
cosiddetta Rivolta dei Bersaglieri (26 giugno 1920), una vera e propria
sommossa popolare, partita dalla Caserma Villarey dove i bersaglieri non
volevano partire alla volta dell'Albania. Il governo aveva infatti deciso
l'occupazione militare di questa nazione. La ribellione si diffuse in tutti
i rioni popolari della città, e poi anche in altre città delle Marche, della
Romagna e dell'Umbria. Il governo represse militarmente la rivolta, ma poi
rinunciò all'occupazione dell'Albania. Per questi fatti e per la Settimana
Rossa del 1914 Ancona si guadagnò la fama di città calda. Erano presenti in
effetti in città folti gruppi di anarchici e di repubblicani, ed Errico
Malatesta era qui di casa.
Durante il ventennio fascista la città di Ancona ebbe un notevole sviluppo
urbanistico, e si completò l'asse stradale da mare (porto) a mare (rupi del
Passetto) realizzando il Viale della Vittoria e completando Corso Stamira.
Vennero realizzati lungo questo itinerario: il Palazzo delle Poste di Guido
Cirilli, il Palazzo del Municipio (o Palazzo del Littorio) ed il Palazzo del
Mutilato di Eusebio Petetti. Al termine del Viale della Vittoria, a picco
sul mare (rione Passetto), sorse poi il monumento ai caduti della prima
guerra mondiale (Guido Cirilli, 1933). Una scalinata (completata nel secondo
dopoguerra) unì la città al mare sottostante. Un forte terremoto scosse
Ancona il 30 ottobre 1930, non provocò morti ma causò gravi danni alla città
offrendo al regime occasione per mostrare la propria efficienza.
Targa a ricordo dei morti a causa del bombardamento del 1943Negli ultimi
anni della seconda guerra mondiale, dopo la caduta di Mussolini Ancona fu
occupata, il 15 settembre 1943 dai tedeschi senza che alcuno potesse porre
resistenza. La città subì numerosissimi bombardamenti (circa 180 da ottobre
1943 a luglio 1944) da parte delle forze alleate, che dovevano preparare il
passaggio del fronte. Infatti la presenza del porto, dei Cantieri Navali e
dell'importante nodo ferroviario facevano di Ancona un obiettivo strategico
di primaria importanza. Il 16 ottobre 1943 un terribile bombardamento colpì
la città provocando 165 morti e 300 feriti; ma è solo il primo di molti
altri, ancora più spaventosi. Il successivo bombardamento del 1° novembre
1943 fu uno dei più tragici eventi della storia della città: in circa 30
minuti duemilacinquecento persone persero la vita, e interi rioni divennero
irriconoscibili; perfino il Duomo fu colpito nel suo lato sinistro. In
particolare, circa 300 persone morirono nel rifugio sul colle Guasco.[5]
Dopo questa dolorosa giornata la città rimase disabitata; nel 1944 erano
rimaste in città solo 4.000 persone: quasi tutti erano sfollati nelle
campagne o nei paesi vicini. Finalmente il 18 luglio 1944 il generale
Władysław Anders a capo dell'esercito polacco entrò in Ancona e la liberò
dai tedeschi; circa un anno dopo, il 4 agosto 1945, l'amministrazione fu
passata all'Italia. Nei mesi immediatamente successivi alla fine della
guerra in città arrivarono migliaia di profughi dalmati ed istriani, molti
dei quali poi si stabilirono in città. La giunta comunale fece una stima dei
danni provocati dalla guerra che si può riassumere in: 1182 persone
decedute, 2783 abitazioni demolite e 6381 gravemente danneggiate, 67% del
totale degli edifici distrutti, tra cui la chiesa di Sant'Anna per un totale
di sei miliardi di danni. Per molti anni si ebbe una grave mancanza di
alloggi per le famiglie, che si dovettero adattare a vivere più d'una nella
stessa casa, a volte piccola, creando quindi problemi sanitari oltre che
morali e sociali. La ricostruzione fu ampiamente aiutata dal piano Marshall
e dal notevole lavoro delle prime amministrazioni locali e nazionali del
dopoguerra; in circa 14 anni la situazione era ritornata alla normalità.
Nel 1928, vennero aggregati ad Ancona i comuni di Paterno, Montesicuro e
Falconara[6]. Il 1° luglio 1948 Falconara e la frazione del Cassero furono
staccate dal territorio comunale che divenne di 141,3 km². La prima fu
costituita comune di Falconara Marittima[7], la seconda venne annessa a
Camerata Picena.
Dopo le due guerre mondiali
Un importante evento per la città, nei primi decenni del dopoguerra, fu la
fondazione dell'università, con l'apertura della facoltà di Economia nel
1959 come dipendente dall'Università di Urbino; tra i fondatori troviamo
anche il famoso economista anconetano Giorgio Fuà. Nel corso degli anni si
aggiungono le facoltà di Ingegneria, Medicina, Agraria e Scienze.
L'università di Ancona nel 2003 cambia la denominazione in Università
Politecnica delle Marche. Sempre ad Ancona, Giorgio Fuà fonda nel 1967
l'Istituto superiore di studi economici Adriano Olivetti (ISTAO) che si
occupa della formazione professionale avanzata dei quadri nella gestione
economica delle aziende.
Motivo di orgoglio fu la visita in città di S. M. la regina Elisabetta II
del Regno Unito il 5 maggio 1961.
Gli effetti della franaTre calamità naturali hanno segnato Ancona negli
ultimi cinquanta anni. La sera del 5 settembre 1959 un alluvione ha
provocato una decina di morti e danneggiato soprattutto i quartieri di Piano
San Lazzaro, Valle Miano e la stazione centrale ferroviaria, ma in generale
tutta la parte bassa della città. Per scongiurare il ripetersi di una simile
calamità è stato scavato sotto la città un grande collettore che in caso di
forti piogge convoglia l'acqua direttamente in mare; lo sbocco, protetto da
due moli, è visibile sotto le rupi del Monte Cardeto. Il 25 gennaio 1972,
alle ore 21 circa, un terremoto del 7° grado della scala Mercalli ha colpito
la città. Iniziarono una lunga serie di scosse telluriche che durarono fino
al novembre successivo, anche più intense rispetto a quella iniziale: alle 9
del 14 giugno, per 15 secondi un terremoto del 10° grado della scala
Mercalli scosse Ancona. La lunga durata, oltre che l'intensità, di questa
serie sismica fu disastrosa per Ancona. Tutti gli edifici, abitazioni,
aziende, uffici pubblici, furono lesionati in modo più o meno grave. Per
mesi le persone dovettero vivere in improvvisate tendopoli (e persino nei
vagoni ferroviari), la maggior parte delle attività economiche si fermarono
costringendo l'autorità civile a provvedere con sussidi economici alle
famiglie, i servizi pubblici si ridussero al minimo, i rioni storici
rimasero per anni deserti. Fortunatamente non ci furono vittime dirette del
sisma, anche se si devono registrare decessi causati dai disagi e dallo
spavento. Seguì il restauro degli edifici e un impegnativo risanamento del
centro storico con criteri antisismici. Il 13 dicembre 1982 si verificò una
frana che rese inagibili i quartieri di Posatora e di Palombella, e che fece
scomparire il Borghetto sulla via Flaminia.[8] In poche ore migliaia di
cittadini si trovarono senza casa. A questo evento seguì una pronta reazione
da parte della cittadinanza, per rimarginare le ferite inferte dalla natura,
ma soprattutto causate dalla imprevidenza delle amministrazioni dell'epoca,
che su terreni tradizionalmente considerati instabili avevano consentito
l'espansione edilizia e localizzato due ospedali e la sede della facoltà di
Medicina. Ora a Posatora, al posto degli edifici demoliti sorge il nuovo
parco Belvedere.
Tra gli eventi degli ultimi venticinque anni di questo secolo si ricordano:
La nascita di tre nuovi grandi quartieri: Brecce Bianche (anche detto Q1),
Ponterosso (o Q2) e Montedago (Q3). L'istituzione del Parco regionale del
Conero, che valorizza e mette sotto tutela anche aree naturali urbane: tutta
la costa alta dal Passetto al quartiere di Pietralacroce, con le spiagge e
gli "stradelli" che conducono al mare. Fuori dalla città il Parco protegge
il resto della costa alta anconitana, i boschi e le campagne del Monte
Conero o Monte d'Ancona. Nel 1997 il Comune ha acquistato il Lazzaretto
vanvitelliano, per destinarlo a centro culturale e a sede di mostre d'arte e
riscattarlo così da decenni di usi degradanti. Nel 1999 si è festeggiato il
millenario della cattedrale di San Ciriaco con la seconda visita nella città
di papa Giovanni Paolo II. Nel 2001 si è inaugurato il grande Parco del
Cardeto, che offre ai cittadini la possibilità di passeggiare lungo le rupi
della costa alta, immersi in una vegetazione lussureggiante costellata di
antiche testimonianze storiche. Il 13 ottobre 2002 è stato riaperto il
Teatro delle Muse, chiuso da quando i bombardamenti della seconda guerra
mondiale ne avevano colpito il tetto; il maestro Riccardo Muti ha diretto il
concerto inaugurale.
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