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Storia Ancona

Ancona, comune della Repubblica Italiana, deve la sua origine ad antiche civiltà cresciute attorno al suo porto naturale; vive protesa verso il mare; partecipa attivamente e senza spirito di dominio alle vicende del territorio circostante. 

La millenaria storia di Ancona inizia con gli insediamenti dell'età del bronzo e la fondazione da parte di Greci di stirpe dorica nel 387 a.C. Fu per circa due secoli una fiorente colonia greca; successivamente fu alleata e poi municipio di Roma. In seguito fu una delle metropoli dell'Impero Bizantino e una repubblica marinara. Durante i cinque secoli di indipendenza si distinde dalle altre repubbliche marinare per un comportamento alquanto singolare: mai intraprese guerre di sopraffazione contro altre città, contenta del proprio rapporto con il mare e con l'Oriente; dovette però spesso difendersi da potenze nemiche, cosa che fece sempre con grande ardore. Una costante della storia di Ancona di tutti i secoli è anzi il ripetersi di difficili assedi dai quali emerse quasi sempre vittoriosa, dopo lunghi patimenti. Entrò a far parte dello Stato Pontificio nel 1532 e passò quindi al Regno d'Italia.
 

Le origini ed il villaggio piceno
Già nell'età del bronzo l'attuale zona centrale di Ancona ospitava alcuni villaggi: nei pressi del Campo della Mostra (Piazza Malatesta) e sul Colle dei Cappuccini. Nell'età del ferro, quest'ultimo divenne un centro piceno e si distinse dagli altri della regione per le attività collegate al mare, come la pesca. La necropoli si trovava nei pressi dell'attuale rione Cardeto. Armi, ornamenti femminili e attrezzi di lavoro sono esposti al museo archeologico nazionale delle Marche.

La colonia greca
Fin dall'epoca micenea i greci conoscevano e frequentavano il porto naturale di Ancona, come provano poche ma significative testimonianze archeologiche e l'antico culto dell'eroe greco Diomede. Già nel V secolo a.C. i Greci indicavano con il nome di Αγκων (Ankon, gomito) la città. Infatti la città di Ancona sorge su un promontorio a forma di gomito piegato, che protegge il porto naturale.

Nel 387 a.C. un gruppo di greci esuli da Siracusa, desiderosi di allontanarsi dalla tirannide di Dionisio I di Siracusa, sbarcarono ad Ancona, attratti dal grande porto naturale e fondarono la città sul colle Guasco. Sulla cima del colle, trasformata in acropoli, eressero un tempio dorico dedicato ad Afrodite, i cui resti sono visibili oggi sotto il Duomo di San Ciriaco. I greci fondatori di Ancona erano della stirpe dei Dori, e da essi Ancona prese l'appellativo di "dorica" che ancora oggi la contraddistingue. La fondazione di Ancona rientra nel piano di espansione dell'influenza siracusana nell'Adriatico, e fu accompagnata dalla nascita di altre colonie greche nella sponda orientale di questo mare; insieme ad Ancona i Siracusani avevano fondato più o meno direttamente le città di Alessio (Lissos), Curzola (Kòrkyra melaina), Lissa (Issa), Lesina e Cittavecchia (Pharos e Dimos). Le monete greche di Ancona recano su un lato il profilo di Afrodite e sull'altro un braccio piegato con la mano che stringe un ramoscello, forse di mirto, sacro a Venere; sotto il braccio la scritta ΑΓΚΩΝ (Ankon) e sopra la costellazione dei Gemelli, protettori dei naviganti. Questa moneta è servita di modello per lo stemma della provincia di Ancona, nel quale il mirto e le due stelle sono sostituiti da un ramo di corbezzolo con due frutti, rappresentante il Monte Conero.

Un'esposizione dei resti archeologici (purtroppo non completa) della necropoli sono ammirabili nel Museo di storia urbana, sito in Piazza del Papa. Le origini greche di Ancona sono ricordate nel cartiglio posto sotto lo stemma civico: Ancon Dorica Civitas Fidei.


Il municipio romano
Statua di Traiano.  All'arrivo dei Romani nelle Marche le popolazioni locali cercarono inizialmente una convivenza pacifica. Ancona attraversò un periodo di transizione tra la civiltà greca e quella romana, anche dal punto di vista linguistico. Dal 113 a.C. Ancona può considerarsi città romana, pur orgogliosa delle proprie origini greche. I Romani consideravano Ancona l'accesso d'Italia da Oriente e quindi la sede naturale dei commerci con la Dalmazia, L'Egitto e l'Asia. Comprendendo l'importanza strategica e commerciale che aveva Ancona, l'imperatore Traiano fortificò la città e ne ampliò il porto. Per ricordare ciò il Senato e il popolo romano dedicarono all'imperatore un arco di trionfo ancora oggi uno dei simboli della città, ammirabile nell'area portuale. Dal porto di Ancona Traiano si imbarcò con le sue truppe in procinto di intraprendere la seconda guerra dacica. La scena della partenza è scolpita nella pietra della Colonna Traiana, a Roma, e questa immagine costituisce il primo panorama della città. In esso si nota il Colle Guasco con il tempio di Venere, affacciato sul porto; si osserva un tempio sulla riva del mare, secondo la tradizione dedicato a Diomede; si notano i magazzini portuali, i cantieri navali e naturalmente l'arco di Traiano, con tre statue sull'attico. È interessante notare che i simboli della città da quasi duemila anni sono gli stessi: il tempio, ora cristiano, alto sul colle, l'arco di Traiano affacciato sul porto.

Il Cristianesimo si diffuse molto presto, ad opera di navigatori provenienti dall'Oriente che portarono la notizia del martirio di Santo Stefano. È attorno alla testimonianza del protomartire infatti che si formò la prima comunità cristiana cittadina. Galla Placidia favorì Ancona in vario modo, ed ebbe un ruolo nel far tornare in città il corpo di San Ciriaco, secondo la tradizione vescovo di Ancona, morto martire in Palestina. Al ritorno del corpo del santo i cittadini lo elessero proprio patrono.


Ancona città bizantina
Alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente Ancona come gran parte d'Italia fu dominio degli Eruli di Odoacre e poi dei Goti di Teodorico. Con lo scoppio della guerra gotico-bizantina venne presa dalle truppe dell'Impero Romano d'Oriente e resistette eroicamente a due assedi gotici, nel 538 e nel 551; in quest'ultimo i bizantini riuscirono a distruggere l'intera flotta gotica. Dopo la vittoria bizantina fece parte della Pentapoli marittima assieme alle città di Senigallia, Fano, Pesaro e Rimini. Dopo un breve periodo sotto il dominio longobardo, nel 774 d.C. la città passa, almeno nominalmente, allo Stato della Chiesa. Nel saccheggio nel 848 d.C. ad opera dei Saraceni l'arco di Traiano venne spogliato dalle statue e dagli ornamenti.


Ancona Repubblica marinara
Bandiera del libero comune di Ancona, usata ancora oggi.Con l'istituzione del Sacro Romano Impero la città fu posta a capo della Marca di Ancona, che dopo aver assorbito le marche di Camerino e di Fermo comprese quasi tutta l'odierna regione Marche. Il potere imperiale ben presto si affievolì, fino a diventare solo formale. Infatti, a partire dall'anno 1000 la città inizia un cammino verso l'indipendenza, favorito dall'aumento del commercio. Alla fine dell'XI secolo Ancona è ormai un libero comune e una delle repubbliche marinare che non compaiono nello stemma della Marina Militare, come Gaeta, Trani e Ragusa (Croazia, odierna Dubrovnik). Si scontra così sia con il Sacro Romano Impero, che tentò ripetutamente di ristabilire il suo effettivo potere, sia con Venezia, che non accettava nell'Adriatico una città marinara che, sia pur in forma ridotta, le faceva concorrenza per i traffici con l'Oriente. Ancona poteva contare sull'appoggio dell'Impero Romano d'Oriente. Per resistere allo strapotere veneziano era poi preziosa l'alleanza con la Repubblica di Ragusa, in Dalmazia.

La forza di Ancona, comunque, era tale che, nel 1137 respinse l'imperatore Lotario II, e nel 1167 anche l'imperatore Federico Barbarossa. La prova più terribile fu però nel 1174, quando il Barbarossa inviò ad Ancona il suo luogotenente, l'Arcivescovo Cristiano di Magonza, per sottomettere una buona volta la città. L'assedio aveva buone garanzie di riuscita, dato che le forze imperiali, che circondavano la città, potevano questa volta contare anche sull'alleanza con la flotta veneziana, che occupava il porto. L'assedio fu lungo e pesante. Sono da citare le gesta eroiche dell'eroina anconitana per eccellenza: Stamira (detta anche Stamura), una giovane vedova che con un gesto fulmineo incendiò una botte causando l'incendio di numerose macchine d'assedio nemiche, permettendo anche ai cittadini di uscire dalle mura per rifornirsi di cibo; durante l'assedio rifulse anche l'eroismo del sacerdote Giovanni di Chio, che in giorno di burrasca si gettò in mare per tagliare le gomene della nave ammiraglia veneziana, la Totus Mundus, provocando così l'affondamento di parte della flotta. La città uscì vittoriosa anche questa volta, ed il periodo florido seguito alla vittoria permise di aumentare i traffici marittimi con l'Oriente e di ingrandire ed abbellire la propria cattedrale su modello bizantino.

Ancona era una repubblica oligarchica il cui governo era formato da sei Anziani, o Signori, che erano eletti dai tre terzieri nei quali era divisa la città: S. Pietro, Porto e Capodimonte. Il suo territorio comprendeva tutta la zona tra i fiumi Esino, il Musone ed Aspio, ed era protetto da circa venti castelli, tra i quali Poggio, Massignano, Varano, Sirolo, Offagna, Agugliano, Polverigi, Montesicuro, Bolignano, Gallignano, Paterno, Falconara (questi centri sono infatti detti ‘castelli di Ancona’).

La Repubblica Marinara di Ancona batteva moneta propria: l'agontano; aveva propri codici di navigazione noti sotto il nome di "Statuti del mare e del Terzenale (arsenale)" e "della Dogana"; inviava consoli ed aveva fondaci e colonie in tutti i porti d'Oriente, da Costantinopoli alla Siria, dalla Romania all'Egitto; d'altra parte in città erano presenti folte comunità straniere organizzate, tra le quali quella greca e quella schiavona (ossia dalmata ed albanese), che avevano propri luoghi di culto. A queste si deve aggiungere un'attiva comunità ebraica, che è stata (ed è tutt'ora) parte importante della società cittadina, come prova la sinagoga (con arredi anche del XVI secolo) e il Campo degli Ebrei, cimitero israelitico tra i più antichi (XV secolo) e importanti d'Europa.

È nota la partecipazione a diverse crociate, tra cui la prima. Nella lotte fra Papa ed Imperatore del XIII secolo, Ancona è di parte guelfa. Lo stemma del libero comune, un cavaliere armato, rappresentante la virtù guerriera e l'attaccamento alla libertà, è quello che anche oggi identifica la città.

Tra i suoi navigatori si deve ricordare Ciriaco d'Ancona (Ciriaco Pizzecolli), che nelle rive del Mediterraneo andava instancabilmente in cerca delle testimonianze della perduta civiltà classica, trascrivendo iscrizioni e disegnando monumenti; suo è il primo disegno moderno del Partenone di Atene. Egli è perciò giustamente considerato il precursore, o il fondatore dell'archeologia.

La struttura sociale, che vedeva nobili e popolani uniti intorno alle attività marinare, non permise l'affermarsi di signorie in città. Un'eccezione è rappresentata dall'occupazione da parte dei Malatesta nel 1348, che si approfittarono della condizione di debolezza dovuta alla celebre peste che infuriava in tutta Europa e ad un incendio che aveva semidistrutto la città. Durante circa cinque secoli, l'unica eclisse di libertà fu proprio nel periodo che va dal 1348 al 1383, e terminò con la distruzione a furor di popolo della Rocca di S. Cataldo, eretta dai Malatesta e completata dall'emissario del Papa Egidio Albornoz, rocca vista come un segno di oppressione delle libertà comunali.


Ancona nello Stato Pontificio
Papa Clemente VII fece costruire da Antonio da Sangallo il Giovane la fortificazione della Cittadella, che con i suoi cinque bastioni è uno splendido esempio di fortificazione rinascimentale, con il pretesto, rivelatosi falso, di una imminente invasione della città da parte dei Turchi; in realtà il 19 settembre 1532 Ancona venne occupata dalle truppe pontificie e dovette rinunciare all'indipendenza; con un colpo di stato ante litteram papa Clemente VII la incorporò nei domini dello Stato Pontificio.

Nel 1569 papa Pio V decreta l'espulsione degli ebrei da tutte le città dello Stato Pontificio ad eccezione di Ancona, Roma ed Avignone, le uniche in cui papa Paolo IV aveva fatto erigere i ghetti nei 1555; le comunità presenti in quasi tutti i centri della Marca di Ancona si trasferirono quindi o nel capoluogo o nelle città del vicino Ducato di Montefeltro ove, fino a ché visse l'ultimo dei Della Rovere, gli ebrei ebbero condizioni di vita migliori.


Statua di Clemente XII in Piazza del Plebiscito (conosciuta da tutti come "del Papa")A causa della scoperta dell'America, e della caduta di Costantinopoli nelle mani dei Turchi, il centro dei commerci si era ormai spostato dal Mediterraneo all'Atlantico e per tutte le città marinare italiane, compresa Ancona, iniziò un periodo di recessione che durò per tutto il XVII secolo.

Solo con papa Clemente XII, che nel 1732 concesse il porto franco, l'economia vide una nuova luce; questo pontefice concesse il porto franco, e ne finanziò l'ampliamento inviando ad Ancona il famoso architetto Luigi Vanvitelli. Questi realizzò nella zona Sud del porto un'isola artificiale sulla quale edificò un grande lazzaretto, opera polivalente che ancora oggi caratterizza il porto; inoltre prolungò il Molo Nord, sul quale eresse un arco dedicato a Clemente XII. Ancona, riconoscente, dedicò a questo papa una statua ed una piazza (oggi Piazza del Plebiscito), chiamata dagli anconetani semplicemente "del papa". Clemente XII è evidentemente considerato il papa per antonomasia.


La parentesi francese
Il 25 giugno 1796 il popolo, preoccupato dell'imminente arrivo dei francesi, si trovava nel Duomo di San Ciriaco in veglia di preghiera, e attonito vide la venerata immagine del quadro della Madonna aprire gli occhi. L'anno successivo Napoleone occupò la città e proclamò la Repubblica Anconitana, che nel 1798 venne annessa alla prima Repubblica Romana. Nel 1799, dopo sei mesi di assedio austriaco i francesi cedettero. La Francia riconquistò la città nel 1801, e dal 1808 entrò nel Regno Italico napoleonico. Tornò a far parte dello Stato Pontificio nel 1815, con la Restaurazione.


Ancona nel Risorgimento
Il dominio francese aveva lasciato nella città le idee rivoluzionarie di libertà, e questo permise la diffusione della Carboneria; rimase a lungo nella città Massimo d'Azeglio. Ancona partecipò ai moti del 1831-33 che vennero repressi con processi e condanne più o meno gravi. Il 22 febbraio 1832, senza che le truppe pontificie ponessero resistenza, i francesi riprendono il potere ad Ancona per un breve periodo, fino al 1° agosto, quando, dopo trattative diplomatiche, viene riconsegnata al Papa. Ma in questi giorni, il 1° marzo 1832, viene fondata una congregazione della Giovine Italia che continuerà a portare avanti l'idea dell'Italia unita.

Nel 1837 una grave epidemia di colera colpì Ancona, causando 716 morti tra i circa 25.000 cittadini.
Dopo un passaggio in città di Giuseppe Garibaldi, nel 1849, al termine della prima guerra d'indipendenza, Ancona si dichiarò libera dal dominio papale e appartenente alla (seconda) Repubblica Romana. Papa Pio IX chiese allora l'aiuto degli austriaci, comandati del maresciallo Franz von Wimpffen, per riprendere il possesso delle sue terre. Compagna di Venezia e di Roma, la città di Ancona resistette eroicamente per settimane (24 maggio-19 giugno) all'assedio austriaco. Pagine di eroismo vennero scritte da Antonio Elia, che difendeva la città da una nave ancorata al porto; perse la vita difendendo la città il capitano cremonese Enrico Gervasoni. Era la prima volta che Ancona era difesa da uomini provenienti da ogni parte d'Italia, guidate dal colonnello Livio Zambeccari, segno della diffusione dello spirito risorgimentale. Un gruppo di giovanissimi ebbe un ruolo particolarmente importante nella resistenza agli austriaci: era chiamato il "Drappello della Morte". Quando gli austriaci riuscirono ad entrare in città concessero agli Anconitani l'onore delle armi. Ancona, tornata nelle mani del Papa, subì un lungo periodo di occupazione militare austriaca e l'applicazione rigorosa della legge stataria, con gravi condanne anche per piccoli reati. Il patriota Antonio Elia, con una misera scusa, venne accusato di detenzione di armi e venne fucilato. Dopo l'Unità d'Italia, in occasione del cinquantenario, Ancona venne insignita della medaglia d'oro al valor militare per l'eroismo e l'attaccamento agli ideali di libertà e di indipendenza dimostrati nel 1849.[2]

Il 1853 ci furono scarsi raccolti, e l'anno successivo il colera colpì di nuovo la città. Da segnalare, in questa occasione, il lavoro incessante in aiuto della popolazione del gonfaloniere Michele Fazioli, successivamente eletto primo sindaco di Ancona.

Nel 1859 più di 800 anconetani partirono alla volta del Piemonte per combattere nella seconda guerra di indipendenza. Da citare l'eroe Augusto Elia, orfano di Antonio. Dal 1859 fu accanto a Garibaldi su molti fronti, divenendo per lui come un figlio; fu tra i Mille che partirono da Quarto; fu l'eroico protagonista della giornata di Calatafimi, nel 1860, durante la quale, dopo aver messo in salvo il figlio di Garibaldi, fece scudo col suo corpo all'Eroe dei Due Mondi, salvandogli la vita. Rimasto gravemente ferito al volto, per molti mesi tra la vita e la morte e per quasi tre anni senza poter parlare, non ancora ristabilito tornerà con impeto a far parte del corpo dei Mille in altre pericolose spedizioni, fino all'ottenimento dell'agognata Unità dell'Italia.

L'annessione al Regno d'Italia
Gli austriaci, sconfitti dall'esercito sardo a Castelfidardo, si rifugiarono in Ancona per tentare l'ultima difesa dei territori pontifici: Ancona era ormai per loro l'ultimo baluardo. Le truppe italiane dell'ammiraglio Carlo Persano circondarono subito Ancona da mare e da terra, e iniziarono un assedio lungo e difficile. Solo con lo scoppio della lanterna le navi di Vittorio Emanuele potettero entrare in porto. Il 29 settembre 1860 le truppe dei generali Cialdini e Manfredo Fanti entrarono vittoriose in Ancona. Dopo appena tre giorni il re Vittorio Emanuele II arrivò in città per salutare i suoi nuovi sudditi: le Marche e l'Umbria con la battaglia di Castelfidardo e la presa di Ancona erano ormai italiane, e il Regno d'Italia era ormai una realtà. Il 4-5 novembre dello stesso anno un plebiscito segnava, in modo pressoché unanime[3], la volontà del popolo di entrare nel Regno d'Italia, sancita con Regio Decreto del 17 dicembre.

Al momento dell'annessione il territorio comunale era di 107,47 km², le frazioni di Paterno e Montesicuro furono aggiunte negli anni successivi, mentre Cassero passerà a Camerata Picena. L'8 luglio 1865 scoppiò in città un'epidemia di colera portata dagli esuli di Alessandria d'Egitto, e durò fino a settembre causando 1500 morti. Il morbo si ripresentò due anni più tardi, ma questa volta la città era preparata e causò solo 35 vittime in tutto il comune (cinque in città).

Subito Ancona assunse un ruolo militare notevole nella compagine difensiva del giovane regno: fu una delle cinque piazzeforti di prima classe, insieme a Torino, La Spezia, Taranto e Bologna. Per adeguare le difese della città al nuovo rango acquisito, tutte le colline di Ancona, tranne quella del Duomo, vennero fortificate, e venne promosso uno straordinario ampliamento urbanistico (il primo piano di espansione dell'Italia unita): la superficie della città raddoppiò con la costruzione di nuove mura. Il volto della città cominciò ad assumere un aspetto moderno su modello torinese, con l'apertura di un corso centrale (Corso Garibaldi), l'edificazione di teatri, la realizzazione di giardini pubblici (Piazza Stamira) e piazze alberate (Piazza Roma, Piazza Cavour), di parchi (il Pincio), l'inaugurazione dell'acquedotto, del servizio di illuminazione a gas, del trasporto pubblico, prima su tram a cavalli e poi elettrici. Era l'epoca in cui l'Italia stava realizzando la propria rete ferroviaria, e Ancona ne divenne subito un nodo importante; venne così costruita la stazione ferroviaria centrale. Nel periodo post-unitario, inoltre, fu l'epoca in cui si forma il sistema museale anconitano: nascono la pinacoteca, il museo archeologico, il museo del Duomo e, pochi anni dopo, il museo di storia naturale (ora intitolato a Luigi Paolucci). Solo con la terza guerra di indipendenza e l'annessione di Venezia all'Italia, Ancona diminuì la sua importanza militare, ma la normalizzazione si ebbe solo con la presa di Roma. Nei circa dieci anni di piazzaforte di prima classe, però, Ancona era diventata una città moderna.

Nell'ambito della terza guerra di indipendenza italiana, il 16 luglio 1866 dal porto di Ancona partì il generale Persano al comando delle navi italiane verso la battaglia di Lissa. Partecipò anche la corazzata Ancona[4]; la nave era stata commissionata dal neonato comune per essere offerta al re Vittorio Emanuele II.


Il Novecento
Nei primi anni di questo secolo Ancona fu protagonista dei moti insurrezionali-anarchici, che portarono, nel 1914, alla Settimana Rossa. Il 24 maggio 1915, giorno in cui l'Italia entrò nella prima guerra mondiale, gli austriaci tempestivamente bombardarono la città e causarono alcune decine di morti, distruggendo in parte il cantiere navale ed danneggiando il Duomo, quando ancora la popolazione non era pronta a ricevere i colpi della guerra. Inoltre, la popolazione cittadina dovette subire anche una serie di terremoti che iniziarono il 21 ottobre 1916 e proseguirono per un paio di mesi. Il 10 giugno 1918 il porto anconetano accolse i MAS 15 e 21 del Capitano di Corvetta Luigi Rizzo e del Guardiamarina Giuseppe Aonzo e gli altri 14 marinai di ritorno dall'impresa di Premuda in cui silurarono la corazzata Santo Stefano. Nel dopoguerra i disagi sociali portarono alla cosiddetta Rivolta dei Bersaglieri (26 giugno 1920), una vera e propria sommossa popolare, partita dalla Caserma Villarey dove i bersaglieri non volevano partire alla volta dell'Albania. Il governo aveva infatti deciso l'occupazione militare di questa nazione. La ribellione si diffuse in tutti i rioni popolari della città, e poi anche in altre città delle Marche, della Romagna e dell'Umbria. Il governo represse militarmente la rivolta, ma poi rinunciò all'occupazione dell'Albania. Per questi fatti e per la Settimana Rossa del 1914 Ancona si guadagnò la fama di città calda. Erano presenti in effetti in città folti gruppi di anarchici e di repubblicani, ed Errico Malatesta era qui di casa.

Durante il ventennio fascista la città di Ancona ebbe un notevole sviluppo urbanistico, e si completò l'asse stradale da mare (porto) a mare (rupi del Passetto) realizzando il Viale della Vittoria e completando Corso Stamira. Vennero realizzati lungo questo itinerario: il Palazzo delle Poste di Guido Cirilli, il Palazzo del Municipio (o Palazzo del Littorio) ed il Palazzo del Mutilato di Eusebio Petetti. Al termine del Viale della Vittoria, a picco sul mare (rione Passetto), sorse poi il monumento ai caduti della prima guerra mondiale (Guido Cirilli, 1933). Una scalinata (completata nel secondo dopoguerra) unì la città al mare sottostante. Un forte terremoto scosse Ancona il 30 ottobre 1930, non provocò morti ma causò gravi danni alla città offrendo al regime occasione per mostrare la propria efficienza.


Targa a ricordo dei morti a causa del bombardamento del 1943Negli ultimi anni della seconda guerra mondiale, dopo la caduta di Mussolini Ancona fu occupata, il 15 settembre 1943 dai tedeschi senza che alcuno potesse porre resistenza. La città subì numerosissimi bombardamenti (circa 180 da ottobre 1943 a luglio 1944) da parte delle forze alleate, che dovevano preparare il passaggio del fronte. Infatti la presenza del porto, dei Cantieri Navali e dell'importante nodo ferroviario facevano di Ancona un obiettivo strategico di primaria importanza. Il 16 ottobre 1943 un terribile bombardamento colpì la città provocando 165 morti e 300 feriti; ma è solo il primo di molti altri, ancora più spaventosi. Il successivo bombardamento del 1° novembre 1943 fu uno dei più tragici eventi della storia della città: in circa 30 minuti duemilacinquecento persone persero la vita, e interi rioni divennero irriconoscibili; perfino il Duomo fu colpito nel suo lato sinistro. In particolare, circa 300 persone morirono nel rifugio sul colle Guasco.[5] Dopo questa dolorosa giornata la città rimase disabitata; nel 1944 erano rimaste in città solo 4.000 persone: quasi tutti erano sfollati nelle campagne o nei paesi vicini. Finalmente il 18 luglio 1944 il generale Władysław Anders a capo dell'esercito polacco entrò in Ancona e la liberò dai tedeschi; circa un anno dopo, il 4 agosto 1945, l'amministrazione fu passata all'Italia. Nei mesi immediatamente successivi alla fine della guerra in città arrivarono migliaia di profughi dalmati ed istriani, molti dei quali poi si stabilirono in città. La giunta comunale fece una stima dei danni provocati dalla guerra che si può riassumere in: 1182 persone decedute, 2783 abitazioni demolite e 6381 gravemente danneggiate, 67% del totale degli edifici distrutti, tra cui la chiesa di Sant'Anna per un totale di sei miliardi di danni. Per molti anni si ebbe una grave mancanza di alloggi per le famiglie, che si dovettero adattare a vivere più d'una nella stessa casa, a volte piccola, creando quindi problemi sanitari oltre che morali e sociali. La ricostruzione fu ampiamente aiutata dal piano Marshall e dal notevole lavoro delle prime amministrazioni locali e nazionali del dopoguerra; in circa 14 anni la situazione era ritornata alla normalità.

Nel 1928, vennero aggregati ad Ancona i comuni di Paterno, Montesicuro e Falconara[6]. Il 1° luglio 1948 Falconara e la frazione del Cassero furono staccate dal territorio comunale che divenne di 141,3 km². La prima fu costituita comune di Falconara Marittima[7], la seconda venne annessa a Camerata Picena.


Dopo le due guerre mondiali
Un importante evento per la città, nei primi decenni del dopoguerra, fu la fondazione dell'università, con l'apertura della facoltà di Economia nel 1959 come dipendente dall'Università di Urbino; tra i fondatori troviamo anche il famoso economista anconetano Giorgio Fuà. Nel corso degli anni si aggiungono le facoltà di Ingegneria, Medicina, Agraria e Scienze. L'università di Ancona nel 2003 cambia la denominazione in Università Politecnica delle Marche. Sempre ad Ancona, Giorgio Fuà fonda nel 1967 l'Istituto superiore di studi economici Adriano Olivetti (ISTAO) che si occupa della formazione professionale avanzata dei quadri nella gestione economica delle aziende.

Motivo di orgoglio fu la visita in città di S. M. la regina Elisabetta II del Regno Unito il 5 maggio 1961.


Gli effetti della franaTre calamità naturali hanno segnato Ancona negli ultimi cinquanta anni. La sera del 5 settembre 1959 un alluvione ha provocato una decina di morti e danneggiato soprattutto i quartieri di Piano San Lazzaro, Valle Miano e la stazione centrale ferroviaria, ma in generale tutta la parte bassa della città. Per scongiurare il ripetersi di una simile calamità è stato scavato sotto la città un grande collettore che in caso di forti piogge convoglia l'acqua direttamente in mare; lo sbocco, protetto da due moli, è visibile sotto le rupi del Monte Cardeto. Il 25 gennaio 1972, alle ore 21 circa, un terremoto del 7° grado della scala Mercalli ha colpito la città. Iniziarono una lunga serie di scosse telluriche che durarono fino al novembre successivo, anche più intense rispetto a quella iniziale: alle 9 del 14 giugno, per 15 secondi un terremoto del 10° grado della scala Mercalli scosse Ancona. La lunga durata, oltre che l'intensità, di questa serie sismica fu disastrosa per Ancona. Tutti gli edifici, abitazioni, aziende, uffici pubblici, furono lesionati in modo più o meno grave. Per mesi le persone dovettero vivere in improvvisate tendopoli (e persino nei vagoni ferroviari), la maggior parte delle attività economiche si fermarono costringendo l'autorità civile a provvedere con sussidi economici alle famiglie, i servizi pubblici si ridussero al minimo, i rioni storici rimasero per anni deserti. Fortunatamente non ci furono vittime dirette del sisma, anche se si devono registrare decessi causati dai disagi e dallo spavento. Seguì il restauro degli edifici e un impegnativo risanamento del centro storico con criteri antisismici. Il 13 dicembre 1982 si verificò una frana che rese inagibili i quartieri di Posatora e di Palombella, e che fece scomparire il Borghetto sulla via Flaminia.[8] In poche ore migliaia di cittadini si trovarono senza casa. A questo evento seguì una pronta reazione da parte della cittadinanza, per rimarginare le ferite inferte dalla natura, ma soprattutto causate dalla imprevidenza delle amministrazioni dell'epoca, che su terreni tradizionalmente considerati instabili avevano consentito l'espansione edilizia e localizzato due ospedali e la sede della facoltà di Medicina. Ora a Posatora, al posto degli edifici demoliti sorge il nuovo parco Belvedere.

Tra gli eventi degli ultimi venticinque anni di questo secolo si ricordano:

La nascita di tre nuovi grandi quartieri: Brecce Bianche (anche detto Q1), Ponterosso (o Q2) e Montedago (Q3). L'istituzione del Parco regionale del Conero, che valorizza e mette sotto tutela anche aree naturali urbane: tutta la costa alta dal Passetto al quartiere di Pietralacroce, con le spiagge e gli "stradelli" che conducono al mare. Fuori dalla città il Parco protegge il resto della costa alta anconitana, i boschi e le campagne del Monte Conero o Monte d'Ancona. Nel 1997 il Comune ha acquistato il Lazzaretto vanvitelliano, per destinarlo a centro culturale e a sede di mostre d'arte e riscattarlo così da decenni di usi degradanti. Nel 1999 si è festeggiato il millenario della cattedrale di San Ciriaco con la seconda visita nella città di papa Giovanni Paolo II. Nel 2001 si è inaugurato il grande Parco del Cardeto, che offre ai cittadini la possibilità di passeggiare lungo le rupi della costa alta, immersi in una vegetazione lussureggiante costellata di antiche testimonianze storiche. Il 13 ottobre 2002 è stato riaperto il Teatro delle Muse, chiuso da quando i bombardamenti della seconda guerra mondiale ne avevano colpito il tetto; il maestro Riccardo Muti ha diretto il concerto inaugurale.

 

 

 

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