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Scarse testimonianze archeologiche non
consentono di ipotizzare le forme di popolamento in età arcaica negli
alti bacini del fiume Tenna e Aso. La zona però era abitata in età
romana in quanto l’ agro centuriato arrivava fino ai Monti Sibillini.
Non ci sono però documenti per ricostruire le vicende di queste
zone dalla caduta dell’ impero romano fino al X sec. Possiamo solo
supporre che la distruzione di molti centri abitati ad opera dei barbari
invasori, nonché le frequenti incursioni dei saraceni sulle coste,
spinsero le popolazioni picene ad abbandonare i litorali e le vallate
per spingersi verso le zone interne. Quando i longobardi, scesi in
Italia nel 568- 569, incorporarono il Piceno nel Ducato di Spoleto
alcuni di essi vennero a stabilirsi nelle alte vallate del Tenna e dell’
Aso. In seguito alla sconfitta dei Longobardi ad opera di Carlo Magno (
chiamato nel 773 dal papa Adriano I ) il Ducato di Spoleto cessò di
esistere ed una potente aristocrazia laica ed ecclesiastica assunse il
controllo economico e politico della regione orientale dei Sibillini.
L’aristocrazia laica era formata da nobili longobardi e franchi che si
stabilirono sul territorio piceno all’interno dei loro possedimenti
terrieri ( curtes ) creando delle casate dinastiche. L’aristocrazia
ecclesiastica era formata dal vescovo di Fermo insieme ai pievani e
abati titolari di molte abbazie benedettine ( monasteria ). Attorno a
queste autorità si muovevano vassalli, coloni e servi tenuti alla
prestazione di servizi e beni. Importante per questo territorio fu l’
edificazione di abbazie e monasteri benedettini che ricostruirono il
paesaggio agricolo e promossero molti insediamenti omogenei. Infatti
attorno alle abbazie e monasteri, unità produttive autonome , vengono a
formarsi i primi nuclei di abitazioni dei coloni ai quali venivano
affidate le terre possedute dai religiosi per coltivarle. Secondo un
documento dell’ Archivio arcivescovile di Fermo (1) nel 997 i
protagonisti politici locali sono: il Vescovo di Fermo, i Priori delle
Pievi di S.Angelo in Montespino ( presso Montefortino ) e S.Donato (
presso Amandola ) ed alcune famiglie nobili. Le chiese presenti sul
territorio di Montemonaco infatti erano controllate direttamente dalla
Abbazia di S.Vittoria in Matenano ( sede vicaria per il Piceno dell’
Abbazia di Farfa ) o della Pieve di S. Angelo in Montespino.
Nel XII-XIII sec. anche nella zona dei Sibillini si sviluppò il fenomeno
dell’ incastellamento cioè la crescita e la fortificazione dei nuclei
abitativi. La posizione dominante su un’ altura facile da difendere, la
facilità di approvvigionamento idrico, la vicinanza di boschi e prati
furono i principali fattori che determinarono la scelta dell’ ubicazione
di Montemonaco.
L’ incastellamento fu alimentato dall’allargamento delle famiglie che
avevano beni nel territorio circostante e fu accompagnato da un forte
incremento demografico che favorì fenomeni di concentrazione nel centro
abitato principale delle popolazioni delle borgate e delle campagne. La
tradizione vuole che il primitivo nucleo di Montemonaco sia sorto
attorno ad un monastero di monaci benedettini posto sul punto più alto
del colle attuale.
Verso la fine del X sec. quindi Montemonaco molto probabilmente esisteva
e costituiva un aggregato di case dove sotto la guida spirituale e
morale dei monaci vivevano suoi abitanti. Al monaco rettore spettava il
compito di mantenere la pace nella comunità risolvendo ogni questione
privata tant'è che i suoi insegnamenti divennero norma di vita e furono
codificati. Ad essi fa riferimento la prefazione dello Statuto
Municipale stampato nel 1547 ad Amandola e nel 1628 a Macerata. Secondo
un documento dell’ Archivio del Buon Governo di Roma, Montemonaco come
cittadella fortificata fu fondata nel XII sec. dalla famiglia Nobili di
Montepassillo; una delle famiglie più ricche e potenti della Marca
Meridionale proprietaria del castello di Montepassillo che era posto nei
pressi di Comunanza (1). Fin dal XII sec.le comunità marchigiane
pagavano alla Camera Apostolica, cioè all’ ufficio curiale che
sovrintendeva alle finanze pontificie, il “census” cioè una somma fissa
annua dovuta sia come forma di sottomissione alla sovranità papale, che
come corrispettivo di concessioni ricevute. Da una ricevuta di pagamento
del 1164 notiamo che Montemonaco aveva già assunto il nome attuale e
dalla potestà farfense era passato sotto l’ alta sovranità pontificia
(5). E intorno alla metà del XIII sec. si costituì il libero comune di
Montemonaco vincendo le resistenze dei feudatari proprietari dei sette
castelli che secondo la tradizione esistevano a Montemonaco. La
costituzione del libero comune significò l’ abolizione dei privilegi
feudali nonché faticose conquiste sociali ed economiche. Il primo
obiettivo del libero comune fu quello di garantire i diritti
fondamentali per mezzo dello statuto comunale e l’ eguaglianza
tributaria per mezzo del catasto. Il secondo impegno fu quello di
estendere il proprio dominio sul contado costringendo le comunità rurali
e i dinasti feudali delle campagne a sottomettersi alla sovranità
comunale.
La conquista del contado fu perseguita da Montemonaco con sacrifici
economici e militari.
Secondo un altro documento dell’ Archivio del Buon Governo di Roma,
Montemonaco acquistò ventitré castelli nei dintorni per dilatare il suo
territorio comunale (1). Il Vescovo di Fermo in genere non si oppose mai
alle pretese del Comune il quale si dichiarava sempre fedele al Papa
continuando a corrispondere il censo annuo alla Santa Sede.
I feudatari all’ inizio invece si opposero anche con le armi alla
espansione del comune ma a lungo andare dovettero cedere alle istanze di
libertà della popolazione montemonachese. Dallo Statuto Municipale di
Montemonaco riformato nel 1545, riprendendo quelli più antichi, e
stampato nel 1547 si deduce che il comune era retto a forme democratiche
con la presenza di due consigli: il Consiglio delle Credenze che insieme
ai Priori preparava gli ordinamenti da portarsi all’ approvazione del
Consiglio Generale. Il Consiglio Generale, formato da cittadini eletti
dai Quartieri, governava effettivamente esercitando il potere
amministrativo per mezzo dei Priori e quello giudiziario per mezzo del
Podestà. Il Podestà era scelto tra i dottori in legge forestieri. In una
pergamena dell’ Archivio Diplomatico di Fermo del 1289 è fissato lo
stipendio del podestà di Montemonaco, pari a quello del podestà di
Montelparo (5). Almeno ogni anno doveva poi essere convocato il
Parlamento Generale, al quale per la validità della decisione doveva
intervenire la maggioranza dei padri di famiglia. Sempre dallo Statuto
municipale risulta che il Comune era diviso in quattro quartieri:
S.Biagio, S.Giorgio, S.Lorenzo, S.Maria. Ogni quartiere aveva un
Capitano sotto i cui ordini si sottoponevano i cittadini armati in caso
di bisogno. Nello Statuto Municipale si trovano inoltre libri che si
occupano delle cause civili e delle cause penali, delle feste di
precetto, della regolamentazione delle attività commerciali, della
manutenzione del paese e delle opere civili e della chiese.
Le mura castellane che circondano interamente Montemonaco inglobando
ampi spazi verdi sono intervallate da ampi e robusti torrioni ed
interrotte solo da 3 porte: Porta S.Giorgio, Porta S.Biagio, Porta
S.Lorenzo. Tali mura furono edificate a partire dal XIII sec. grazie al
lavoro di numerosi maestri lombardi attivi nell’ area che secondo la
tradizione raggiunsero queste zone dopo la distruzione di Milano da
parte del Barbarossa nel 1162. Durante tutta l’ epoca del libero Comune
vi furono continue lotte coi paesi confinanti: Arquata, Comunanza,
Montefortino e Norcia. Da documenti storici risulterebbe un risarcimento
di 300 fiorini alla comunità di Arquata per scorrerie e predazioni
operate da alcuni montemonachesi (5). Nel 1341 e 1428 le comunità di
Montemonaco e di Arquata, ancora in lotta, dovettero ricorrere alle vie
legali. Anche con Montefortino ci furono continue guerre e liti di cui
risultano tracce nell’ Archivio Comunale. Nel 1337 Montemonaco partecipò
ad una incursione contro Montalto Marche saccheggiando gravemente quella
terra insieme agli uomini di Montegallo, Arquata, Force, Montelparo,
Rotella ma fu pronto a sottostare ai patti di pace conclusi grazie all’
intervento del Rettore della Marca, Corrado Sabelliano (6). Secondo la
tradizione, in epoca molto remota, Norcia possedeva il castello di Rocca
valico obbligato nel versante orientale dei Sibillini per l’ Umbria. E
quando Montemonaco diventò libero Comune assoggettò subito il castello
di Rocca per proteggere i propri confini. Molto probabilmente le
relazioni tra i due Comuni si sono svolte in un continuo alternarsi di
tregue e di discordie per tutto il XIV sec.; non a caso le
fortificazioni di Montemonaco rivolte verso occidente sono molto
possenti e alte. La diffidenza dei montemonachesi verso Norcia è
testimoniata anche dalla usanza codificata negli Statuti Municipali (4)
della armata di tutto il popolo in occasione della festa di S.Bartolomeo.
Ogni anno in quella data i Capitani dei quattro quartieri coi rispettivi
armati ed il Gonfalone Comunale in testa dovevano recarsi a pregare
nella Chiesa di S.Bartolomeo a Foce, procedere alla ricognizione dei
confini con Norcia ed il giorno dopo presentarsi nel capoluogo per
essere passati in rivista nella piazza comunale. A conclusione di una
delle tante liti di frontiera il Consiglio Generale della Terra di
Norcia il 17 Giugno del 1399 venne finalmente ad amichevoli trattati con
Montemonaco stabilendo delle norme precise sulla “strada imperiale” di
Pizzo Borghese che tanto interessava i due paesi (7).
Montemonaco fu più volte costretto a difendere con le armi le proprie
scelte ideologiche contro le signorie oppure l’ integrità dei propri
confini dalle pretese di Ascoli, Fermo e Visso. Nel 1405 aiutò Amandola
e Montefortino contro l’ esercito dei Varano signori di Camerino. Anche
se poi per ordine del Rettore della Marca questi ultimi dovettero
sottomettersi alla signoria dei Varano, sembra comunque che fra le terre
date a questi in vicaria non ci fosse Montemonaco. Così pure esso non
figura fra le terre e le città sottoposte nel 1410 al dominio degli
ambiziosi Malatesta di Rimini nominati vicari per la Santa Sede da
Gregorio XII. Ciò prova quell’ antica autonomia che quassù si conservava
sotto l’ alta protezione pontificia che si opponeva alla sottomissioni
di tali libero comune da parte di nobili o altri in quanto dannoso per
la Chiesa anche per motivi fiscali. A quanto risulta dai documenti dell’
Archivio Comunale sembra che Montemonaco non si sottomise nemmeno a
Francesco Sforza il quale pose contro di esso un assedio economico molto
lungo. Montemonaco continuò a rifiutarsi di versare le taglie imposte
dagli Sforza anche quando questi fu nominato dal papa Eugenio IV vicario
della Marca Anconetana. In quel periodo per ribadire la disapprovazione
per la politica del papato sospese anche i pagamenti per la Santa Sede.
Montemonaco incorse così nelle sanzioni contro i popoli ribelli ma i
suoi abitanti restando arroccati dentro le sue fortificazioni
respingevano ogni sentenza emanata dal giudice di Fermo. Per resistere
all’ assedio economico e morale a cui erano sottoposti i montemonachesi
si trovarono nel bisogno di compiere scorrerie contro Norcia, Arquata e
Montefortino sempre nel timore di scontrarsi contro le armate degli
Sforza. Quando nel 1442, al posto di Francesco Sforza, venne nominato
Nicolò Piccinino come Gonfaloniere della Marca questi conquistò
Camerino, Sarnano, Montefortino. I montemonachesi ancora arroccati in
armi all’ interno delle fortificazioni vennero a patti col Piccinino
senza subire saccheggi o invasioni.
Finita l’epoca delle signorie iniziò la fase più florida del libero
comune. Nella seconda metà del 400’ a Montemonaco vennero rifatti
torrioni, ponti e mulini e nuovo impulso ricevettero le attività
tradizionali come l’agricoltura e l’allevamento del bestiame che
alimentarono nuovi commerci e traffici. Dopo tale periodo di prosperità
Montemonaco, a partire dalla metà del XVI sec., fu investito da una
crisi politica e economica. Dal 1530 il papato incrementò di continuo il
carico tributario sulle comunità dello Stato della Chiesa. Ciò consolidò
l’autorità politica del pontificie all’interno del suo dominio temporale
a scapito della autonomia dei liberi comuni ma a lungo andare provocò il
ristagno delle attività economiche. Nel 1592 Clemente VIII istituì la
Congregazione del Buon Governo col compito di controllare ed approvare i
bilanci preventivi delle comunità dello Stato Pontificio; cosicché
controllando la gestione finanziaria del Comune di fatto lo controllava
anche politicamente.
 

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