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Percorso Agrituristico Mare e Monti
- Falconara, Chiaravalle, Monte
San Vito, Montemarciano
Presso
l'archivio della chiesa di S. Giovanni Battista di Ancona è
conservato un documento che riporta la denominazione di una
località che potrebbe coincidere con l'odierna Falconara Alta,
il nucleo originario di Falconara. Si tratta del cosiddetto
Privilegio Magno, rilasciato dal papa Innocenzo IV nel 1252
ai monaci del monastero di S. Giovanni "in Peneclaria", in cui
si nomina un fundus falconarie. Tale documento, che
conferma ai monaci il possesso di alcuni beni, richiama due
precedenti pergamene del 1051 e del 1188.
Nelle
Rationes Decimarum degli anni 1290-1292 sono riportati
alcuni pagamenti di decime effettuati ad una chiesa di S.
Marie Montis Falconarii, che può essere identificata con
l'odierna chiesa di S. Maria delle Grazie.
Ma il momento
fondamentale, e che diede origine in qualche maniera al centro
abitato di Falconara, è la costruzione del castello. Sull'epoca
di edificazione si possono fare solo delle ipotesi: tuttavia
alcuni documenti successivi fanno ritenere, con fondamento, che
anche a Falconara, attorno all'anno Mille, esisteva una piccola
comunità rurale soggetta ad un feudatario ed organizzata secondo
gli schemi dell'economia curtense.
È ormai d'uso
accettare la tradizione, accolta da quasi tutti gli storici
anconitani, secondo cui la costruzione del castello fu opera dei
conti Cortesi, discendenti di un condottiero germanico giunto in
Italia con Belisario nel secolo VI, al tempo delle guerre tra
Bizantini e Goti. I Cortesi entrarono in possesso di terre nei
dintorni di Ancona dove edificarono, in tempi successivi, i
castelli di Falconara, Varano e Sirolo. Il loro stemma era un
falcone coronato con le ali aperte dal mezzo in su e, dal mezzo
in giù, con le gambe torte all'indietro.
Tale
tradizione si rifà alla storia redatta da Pietro Graziani,
vissuto sul finire del Quattrocento e marito di Diana Cortesi,
discendente della nobile famiglia. Il documento è conservato, in
copia redatta nella seconda metà del Cinquecento dal cancelliere
Francesco Maria Beldoni, presso l'Archivio storico comunale di
Ancona.
Ma già il
Peruzzi, nel secolo scorso, ha messo in dubbio la narrazione del
Graziani per la presenza di alcuni elementi leggendari ed
inconciliabili con le reali vicende storiche del tempo. Occorre
poi dire che non erano infrequenti, nei secoli passati, i
tentativi di accreditare con scritti e memorie, che spesso
risultavano frutto di fantasia, le nobili origini di ricche
famiglie. Così può essere stato anche con i Cortesi.
A questo
proposito vogliamo ricordare che Bartolomeo Alfeo, umanista del
Cinquecento ed autore di una storia di Ancona, metteva in
relazione la fondazione di Falconara con la calata in Italia di
Brenno, condottiero dei Galli, avvenuta alla fine del IV sec.
a.C. Sempre secondo l'Alfeo dopo la sconfitta di Brenno da parte
di Furio Camillo, tre fratelli Cortesi si sarebbero fermati
nell'agro piceno ed uno di essi, il minore, avrebbe fatto
edificare il castello di Falconara "molto ampio e bello, et
nominandolo dal nome suo, chiamandosi M. Falcone".
In epoca più
recente il racconto del Graziani è stato riesaminato dal
Canaletti-Gaudenti, il quale afferma che l'origine germanica del
capostipite dei Cortesi non deve meravigliare, in quanto non
erano così rari i casi in cui popoli germanici fossero alleati
dei Bizantini. Gli stessi Goti superstiti dopo la disfatta
subita nel 552 erano rimasti alle dipendenze dell'impero di
Bisanzio come soldati mercenari.
Secondo il
Canaletti-Gaudenti è quindi probabile che uno dei Cortesi abbia
avuto in premio alcune terre nelle pertinenze occidentali e
meridionali della città di Ancona, occupando, in posizione
collinosa e geograficamente importante, un'antica villa romana o
un preesistente fortilizio, oppure semplicemente un vasto
territorio che ha poi, nei punti più strategici, presidiato di
torri. I presidi, poi, dovrebbero aver dato origine ai castelli
di Falconara, di Varano e, in seguito, a quello di Sirolo.
Il
Canaletti-Gaudenti fa anche l'ipotesi che il nome dei Cortesi
derivi proprio dalle curtes di cui entrarono in possesso.
L'intera
questione è stata anni fa riesaminata dal Natalucci in un
articolo apparso sulla "Rivista di Ancona".
Il Natalucci,
pur ritenendo teoricamente accettabile l'ipotesi formulata dal
Canaletti-Gaudenti, la confuta in alcune sue conclusioni e tenta
di inserire la particolare vicenda di Falconara in maniera
coerente ai convulsi avvenimenti che si susseguirono nel Piceno
dopo le prime invasioni barbariche. Infatti, secondo il Natalucci, dopo la già ricordata sconfitta dei Goti, Ancona ed
il suo territorio passarono sotto il dominio bizantino e il
centro politico della Pentapoli, di cui la città faceva parte,
divenne Ravenna. Con la successiva invasione dei Longobardi,
nella seconda metà del secolo VI, gran parte del Piceno venne
occupata e furono travolti i presidi e i fortilizi della nobiltà
bizantina. Ai Longobardi, poi, nella seconda metà del secolo
VIII, succedettero i Franchi provocando nuovi sconvolgimenti
politico-territoriali.
Una tale
situazione di continua e perdurante crisi delle istituzioni
politiche ed amministrative aveva provocato un decadimento dei
centri abitati e un generale abbandono delle attività
produttive. Le popolazioni avevano cercato rifugio e protezione
nelle istituzioni ecclesiastiche. Ciò aveva favorito, dal VII al
IX secolo, la formazione, nelle terre della Pentapoli, di un
vasto patrimonio fondario di proprietà dell'arcivescovo di
Ravenna che, in contrasto con il pontefice, si considerava erede
dell'Esarca bizantino e vantava diritti temporali non solo sulla
Romagna, ma sulla stessa Pentapoli.
Quanto sopra
risulta, secondo il Natalucci, da documenti reperibili presso
l'Archivio arcivescovile di Ravenna; sembra poi che a Falconara,
secondo una nota del Peruzzi, esistesse una chiesa dedicata a S.
Apollinare, che lascia pensare alla reale presenza di beni
ravennati nel Falconarese.
Contemporaneamente al patrimonio della chiesa ravennate, si era
sviluppato quello non meno considerevole delle comunità
monastiche, che si erano sparse a poco a poco, a partire dal VII
secolo, lungo la vallata dell'Esino. Ci par sufficiente
ricordare il monastero benedettino di S. Lorenzo in Castagnola,
posto nella selva omonima a sud-ovest di Chiaravalle, lungo la
via detta Anconitana e quello di S. Maria in Castagnola,
che divenne successivamente l'abbazia cistercense di
Chiaravalle. A proposito della selva di Castagnola, che si
estendeva dal territorio di Jesi fin quasi al mare, ricordiamo
che il nome, secondo recenti interpretazioni, deriva non dalla
presenza in essa di castagni bensì di un particolare tipo di
quercia le cui infruttescenze erano appunto chiamate
"castagnole" ed erano usate, in tempi di carestia, anche per
l'alimentazione umana.
Sempre
secondo il Natalucci, la formazione di una casta feudale nelle
terre della vecchia Pentapoli si compì proprio attraverso la
dissoluzione delle proprietà dell'arcivescovo di Ravenna e delle
comunità monastiche, prima attraverso regolari contratti
enfiteutici a lunga scadenza e quindi attraverso l'occupazione
permanente delle curtes, in cui sorsero, come abbiamo
detto, tra i secoli XI e XIII, i castelli.
I Cortesi
sarebbero quindi, secondo questa ipotesi, da considerarsi
appartenenti a quella nobiltà rurale, i conti rurali appunto,
che si afferma dopo i secoli drammatici delle invasioni, quando
si assiste al risveglio della vita e delle attività civili.
Alcuni studiosi li hanno identificati con quei signori del
Conero che edificarono l'abbazia di S. Pietro, sul monte, e
quella di S. Maria di Portonovo, ai suoi piedi.
Un'altra
questione controversa riguarda l'origine del nome Falconara.
Secondo il già citato Graziani, il nome deriverebbe dallo stemma
gentilizio dei Cortesi mentre secondo altre interpretazioni, che
sembrano più probabili, il nome viene posto in relazione con
l'esercizio della caccia con il falcone, molto diffuso nel
Medioevo: a sostegno di quest'ultima ipotesi ricordiamo che in
alcune antiche carte geografiche il luogo è denominato "Lo
Falconaro".
Un anno
fondamentale per la storia di Falconara è il 1225 quando, sempre
secondo il racconto del Graziani, essendo pontefice Onorio II e
imperatore Federico II, i conti Cortesi, Gentile, Pietro,
Rinaldo, Ugolino, Guido, Vinciguerra suo figlio e Matteo suo
nipote "spontaneamente, di loro libera volontà" si diedero con i
loro castelli di Falconara, Varano e Sirolo in protezione del
comune di Ancona.
I conti
Cortesi ebbero la cittadinanza anconitana e furono aggregati "al
pubblico consiglio e nobiltà di Ancona"; ebbero inoltre gli
"onori, prerogative, privilegi, esentioni ed officii" che gli
altri nobili cittadini originari godevano nella città; giurarono
sottomissione e fedeltà ad Ancona che, a sua volta, promise di
difenderli. Di questa aggregazione e della relativa convenzione
parlano, tra gli altri, il Ferretti, il Saracini, l'Albertini,
il Leoni, il Peruzzi.
In altre
opere di storici anconitani si cita Falconara in riferimento
agli avvenimenti accaduti verso la metà del secolo XIV, nel
periodo in cui la Chiesa aveva quasi completamente perduto il
controllo dei suoi possedimenti. I territori della Marca erano
soggetti alle incursioni delle compagnie di ventura; tra esse
era particolarmente famosa per la sua ferocia la Gran Compagnia
di fra' Moriale, che nel 1353 mise a sacco molte città e
castelli, tra cui Falconara che si arrese solo a patto che
fossero risparmiate le persone, come è riferito nella cronaca di
Matteo e Filippo Villani: "... e presono la Falconara a patti,
salve le persone".
Si ritrova
poi il nome di Falconara nella Descriptio Marchiae
Anconitanae che risale al 1356, al tempo del cardinale
Egidio Albornoz, la cui opera di restaurazione dello Stato della
Chiesa pose le premesse per il ritorno del papa a Roma da
Avignone. Nella Descriptio, Falconara, Barcaglione e
Fiumesino sono nominati tra i "castra" che la "Civitas
Anconitana habet sub se".
In seguito
all'annessione ad Ancona, Falconara divenne una delle
castella del contado, pur mantenendo una limitata autonomia
amministrativa. Nei documenti e nei sigilli apparirà la dicitura
"Comunitas Castri Falconarii", Comunità del Castello di
Falconara, dove con il termine Castello si designa non
solo il singolo edificio ma, come già accennato, l'intero nucleo
abitato sviluppatosi intorno ad esso.
BARCAGLIONE
Sul punto più
elevato del territorio comunale, a 204 metri sul livello del
mare, è possibile anche oggi osservare, sia pure a fatica,
alcuni ruderi che potrebbero essere attribuiti all'antica rocca
o torre di Barcaglione. Le notizie sono molto scarse: la rocca
risulta, dalla già citata Descriptio Marchiae,
appartenere ad Ancona intorno al 1356.
Nel 1373 si
dette al conte Lucio, tedesco, capitano generale della lega
contro la Chiesa, che si apprestava ad attaccare Ancona. Secondo
Oddo di Biagio, le "persone fonno poste in preda, et le robbe ad
saccomanno", nonostante la resa. Partito il conte Lucio, il
comune di Ancona fece abbattere, per punizione, la rocca ed il
materiale venne usato per la riparazione delle mura di Ancona e,
forse, anche del castello di Falconara.
ROCCA PRIORA
Quella che
oggi conosciamo con il nome di Rocca Priora è nota fin dai primi
secoli dopo il Mille come Rocca di Fiumesino. Lo storico
Baldassini mette in relazione le sue origini con la nascita di
Federico II di Svevia, avvenuta a Jesi il 26 dicembre 1194.
Secondo tale fonte la città, in memoria del fausto evento,
avrebbe fatto innalzare la Rocca alla foce del fiume Esino,
sulla riva sinistra, per difendere i propri confini dagli
attacchi di Ancona.
Secondo il
Saracini gli Anconitani, ben consapevoli dell'importanza della
Rocca, l'avrebbero acquistata durante il pontificato di
Innocenzo III (1198-1216).
Queste
notizie consentono di intravedere il successivo svolgimento
delle vicende storiche della Rocca, imperniate principalmente
sulle guerre tra le città di Ancona e di Jesi, protrattesi per
secoli e miranti al suo possesso, che avrebbe garantito a Jesi
lo sbocco verso il mare e ad Ancona il controllo delle vie di
accesso da nord e da nord-ovest e del mare antistante.
Sulle vicende
della Rocca, in relazione alla storia di Ancona, Daniela Baldoni
ha pubblicato un'interessante monografia e ad essa rimandiamo
per ulteriori approfondimenti.
È sufficiente
qui ricordare che la Rocca, come indicato in precedenza, intorno
al 1356 risulta elencata tra i castelli dominati dalla città di
Ancona. Nel 1382 ne prese possesso Luigi d'Angiò con il suo
esercito che il cronista anconitano Oddo di Biagio definisce
"famelico et sitibundo". Dieci anni dopo il Consiglio degli
Anziani di Ancona decide di far riparare e fortificare la Rocca,
deliberando successivamente la nomina del nobile Balligano di
Filippuzio dei Balligani a castellano.
Nella Rocca,
siamo nel 1446, fu stipulato l'atto di armistizio tra il
cardinale Scarampo e la città di Ancona.
Dopo alterne
vicende dovute al riaccendersi delle questioni territoriali tra
Ancona e Jesi, un intervento del pontefice Leone X assegnò
definitivamente, nel 1516, la Rocca al comune di Ancona, che
intraprese un'importante opera di bonifica delle terre che si
estendevano intorno ad essa e che a causa delle dispute ed anche
delle frequenti piene del fiume Esino, erano rimaste
improduttive. Le terre, come riferisce il Peruzzi, furono divise
tra i Consiglieri che dovevano versare al Comune, ogni anno,
"una coppa di frumento per ogni soma di seminato".
Quando nel
1547 venne ricostituito ad Ancona il Monte di Pietà, il Comune
stabilì che le rendite dei terreni della Rocca fossero devolute
ad esclusivo beneficio del Monte stesso. In seguito, verso la
fine del XVI secolo, il pontefice Sisto V dispose che i profitti
ricavati dai terreni fossero destinati, per quattro anni, alla
costruzione del Monastero di S. Palazia.
Nel Seicento
la Rocca svolse un ruolo determinante nella difesa di Ancona e
divenne sede di una guarnigione militare con compiti di
vigilanza contro gli attacchi di Venezia e dei pirati turchi.
Nella seconda
metà del secolo XVIII il Comune di Ancona, nel tentativo di
favorire la ripresa economica del territorio, cedette in
affitto, mediante asta pubblica, la Rocca e le terre di
Fiumesino. La concessione enfiteutica viene assegnata a
Francesco Trionfi (1706-1772), ricco mercante di Ancona,
titolare della maggiore casa di commercio della Marca e
cointeressato a varie imprese industriali, società di
assicurazioni e privative.
Il contratto,
firmato nel 1755 e registrato l'anno successivo, prevede che
l'enfiteusi sia perpetua e trasmissibile, che vi sia diritto
all'uso della Rocca, all'istituzione di una fiera franca di tre
giorni e che il canone annuo sia di 2.105 scudi.
Il Trionfi
investe cifre cospicue in piantagioni, restauri di fabbricati,
acquisto di bestiame, sistemazione delle acque, tanto che,
all'atto dell'apertura del suo testamento i periti conteranno
104 bovini grossi e 134 piccoli, 8.800 alberi diversi e 27.400
piante di vite. La stessa Rocca, che prende il nome di Rocca
Priora, subisce profonde modificazioni con la costruzione del
portale d'ingresso, della cappella e di locali per uso
abitativo: l'antica fortezza medievale perde così il suo
originario carattere militare per assumere la funzione di villa
padronale al centro della vasta tenuta agricola.
Nel 1757
Francesco Trionfi, precedentemente patrizio di Ancona, riceve
dal papa Benedetto XIV l'investitura sul fondo posseduto con il
titolo di marchese di Rocca Priora, trasmissibile agli eredi in
linea maschile. Dopo il raggiungimento del successo economico,
il Trionfi entra così a pieno diritto nella nobiltà anconitana,
con il riconoscimento dei titoli spettanti ai propri avi, anche
se sussiste qualche perplessità sul modo in cui erano stati
raccolti alcuni remoti attestati araldici.
Alla morte di
Trionfi, come già accennato, il patrimonio era talmente elevato
che un curioso aneddoto, appartenente alla tradizione familiare,
racconta che il figlio esclamasse: "Come farò a spendere tutto
questo denaro?".
Passata prima
al figlio Luigi e poi al secondogenito Bonizio, l'intera
proprietà venne acquisita nel 1826 dalla Camera Apostolica per
56.000 scudi a causa dell'impossibilità, per Bonizio Trionfi, di
pagare i canoni e le tasse arretrate richieste dal Governo
Pontificio.
Come ogni
Rocca che si rispetti, anche qui un famoso personaggio ha
trascorso una notte: si tratta di Gioacchino Murat che vi
soggiornò il 29 aprile 1815, poco prima che si concludesse con
la disfatta, a Tolentino, la sua utopistica impresa di
combattere per l'unità e l'indipendenza d'Italia.
Va poi
segnalato che proprio nella Rocca, e precisamente nella casa
juxta horologium, nacque Pasquale Andreoli, aeronauta e
pioniere del volo, noto soprattutto per aver raggiunto nel 1808,
con il suo pallone aerostatico, l'altitudine di circa 8.000
metri. Una recente ricerca, svolta presso l'Archivio
parrocchiale di Falconara Alta, ci ha consentito di accertare la
data di nascita dell'Andreoli, riportata in modo non corretto in
alcune pubblicazioni. Dal "Libro VII" dei battesimi, relativo
agli anni 1735-1771, si rileva che Giuseppe Maria Pasquale
Andreoli nacque il 22 novembre 1771 da Marco, fattore dei
Trionfi, e da Maria Moracci e che venne battezzato il 24
successivo nella chiesa di S. Maria delle Grazie di Falconara.
CASTELFERRETTI
L'edificazione del castello, e la stessa storia del paese, sono
strettamente legate alle vicende della famiglia Ferretti, che ha
posseduto questo territorio dai primi del Duecento fino a tutto
il Settecento, esercitandovi i diritti feudali dal 1397.
Sei secoli
fa, nel 1384, Francesco Ferretti, discendente da uomini d'arme e
condottieri originari della Germania venuti in Italia nel primo
Duecento, chiede ed ottiene dal vicario generale della Marca
anconitana Andrea Bontempi di poter trasformare un'antica torre
di guardia, posseduta nella piana de' Ronchi, tra Falconara e
Chiaravalle, in un luogo fortificato capace di contenere armati,
vettovaglie e bestiame.
È il primo
atto con cui si dà l'avvio all'edificazione di un munito
castello a custodia delle proprietà che i Ferretti possiedono
tutt'intorno creando insieme una buona piazzaforte a
completamento del sistema difensivo del territorio anconetano.
All'incirca negli stessi anni vengono ristrutturate quasi tutte
le altre rocche dislocate lungo i confini anconetani da
Bolignano, al Cassero, a Fiumesino, onde poter meglio difendere
la città dalle scorrerie delle armate angioine impegnate nella
guerra tra i fedeli del papa Urbano VI e i seguaci dell'antipapa
avignonese Clemente VII.
Una
controversia scaturita sì dalla faziosità dei cardinali francesi
contrastanti il potere del collegio cardinalizio dominato dagli
italiani, ma motivata pure da un malcelato interesse del partito
di Luigi d'Angiò di conquistare e sottomettere parte delle terre
dello Stato della Chiesa.
La
costruzione del castello è completata nel giro di pochi anni
tanto che nel 1397 Francesco Ferretti viene nominato conte di
Castel Francesco da papa Bonifacio IX. La contea, su cui i
Ferretti godono delle stesse immunità e dei privilegi concessi
ai nobili palatini, si estende dal fiume Esino ai confini con il
territorio di Ancona a quelli con le proprietà dei benedettini
cistercensi di S. Maria in Castagnola di Chiaravalle, in una
pianura fertile e ricca di acque occupante in parte l'antico
alveo dell'Esino ormai asciutto per la deviazione subita dal
fiume dopo le ripetute frane delle rupi di Jesi.
Il
riconoscimento del feudo ai Ferretti, famiglia di spicco nel
governo di Ancona, dà luogo ad una disputa tra Anconetani e
Jesini per il possesso delle terre al di qua e al di là dell'Esino
che nel Quattrocento sfocia in duri scontri tra gli eserciti
delle due città. Della questione territoriale, chiusasi solo nei
primi decenni del XVI secolo, restano parecchi documenti, anche
cartografici, che ben introducono nell'ambiente in cui vivono ed
operano gli abitanti di Castel Francesco nei primi anni di
sviluppo del centro abitato.
Il castello
offre una sicura abitazione agli agricoltori che lavorano nei
campi circostanti e agli artigiani dediti ad attività di
sostegno all'economia agraria. Secondo la descrizione resa da
uno storico appartenente alla stessa famiglia Ferretti il
fortilizio ha una forma quadrata con profonde mura a
controscarpa, "recinto da ampla e capace fossa" alimentata
attraverso "sotterranei condotti" da una vena tanto abbondante
da colmare pure una cisterna scavata nella piazza interna.
Lasciata in
piedi l'antica torre di guardia, vengono elevate altre tre torri
"di grossissime mura, e di ben considerabil altezza" e tra una
torre e l'altra va un "corridore" merlato. Un'altra torre domina
l'ingresso, a cui si accede per un ponte levatoio, che si apre
sul cortile interno dove c'è la chiesa, col forno e una gran
quantità di fosse capaci di contenere e conservare il grano
frutto delle annuali raccolte.
L'intera
tenuta dei Ferretti "paludosa e selvata" fin verso la metà del
Quattrocento è bonificata e messa a coltura dall'infaticabile
opera di gruppi di albanesi stabilitisi in Castel Francesco,
così come un po' per tutte le Marche, dopo un esodo dalle
località d'origine, protrattosi per parecchi decenni, sotto la
spinta delle incursioni turche nella penisola balcanica, e la
pesante crisi economica conseguente al continuo stato di guerra.
Al di qua dell'Adriatico, lungo tutta la fascia costiera dalla
Romagna alle Puglie, è facile trovare ove insediarsi per lo
spopolamento di molti centri seguito alla tremenda "peste nera",
la stessa ricordata nelle novelle del Boccaccio, che nel
Trecento ha mietuto gran numero di vittime in quasi tutta
l'Europa.
Mancando il
lavoro dell'uomo la selva presto ha prevalso nelle terre già un
tempo dissodate e per la ripresa occorre innanzitutto procedere
ai disboscamenti per cui è necessario il lavoro di molte braccia
rendendo utile l'apporto degli immigrati albanesi.
Anche in
Castel Francesco molto si deve al duro lavoro degli albanesi
costretti a vivere nei primi tempi del loro soggiorno in "rozze
capanne" e ammessi poi in avanzati anni ad alloggiare nel
castello. A loro sono affidate le attività più umili. Molti sono
i muratori e manovali come Lione Scanna e Tanusio Balasio,
entrambi "albanesi", che nel 1584 sono incaricati dal conte
Vincenzo Ferretti di restaurare la chiesa di S. Maria della
Misericordia, sita poco fuori il paese, luogo di sepoltura degli
abitanti di Castel Francesco.
La chiesa
della Misericordia è, con l'iconografia degli affreschi che
adornano le pareti di fondo e laterali, una delle migliori
testimonianze delle decimazioni prodotte dalle pesti
trecentesche. La fede e la devozione dei superstiti hanno inteso
ricordare il triste avvenimento rappresentando lo scampato
pericolo e la salvezza dovuti all'accogliente abbraccio della
Madonna che sotto il suo ampio mantello protegge e difende le
genti inermi di fronte al terribile morbo. La gratitudine degli
abitanti di Castel Francesco e dintorni è espressa pure da una
confermata devozione a Santi già oggetto di assiduo culto nella
zona come S. Pietro e S. Paolo, S. Bernardino, S. Giacomo della
Marca, S. Giovanni e S. Sebastiano. Il complesso ecclesiale è
dunque un importante monumento d'arte per le pitture murarie
degli interni, attribuibili alla scuola umbro-marchigiana,
uniche in tutto l'Anconetano, e nello stesso tempo è un
significativo documento di un'epoca storica che va preservato e
fatto meglio conoscere.
Il feudo dei
Ferretti ha una rapida crescita demografica e già nel
Cinquecento Castel Francesco è uno dei più vivaci centri della
bassa valle dell'Esino, cosicché a metà del secolo, secondo lo
storico Francesco Ferretti autore nel 1685 della Pietra del
Paragone, è abitato da 65 famiglie sistemate in 23
appartamenti all'interno del castello e in altre piccole
abitazioni raccolte in un borgo ed in alcune ville nella
campagna. In totale si contano quasi 500 abitanti distribuiti in
un territorio della superficie di 650 some, più o meno 1300
ettari. L'intera popolazione vive consumando quanto ricava dalla
coltivazione dei campi che con abbondanza producono vino e grano
più che sufficiente alle necessità dell'annata. Tanto infatti è
il frumento raccolto che circa 500 some l'anno sono vendute sul
mercato di Ancona. Così pure al mercato della vicina città è
destinato il sovrappiù annuo di 50 some di orzo. I ricavi sono
utilizzati per acquistare olio, lino e quant'altro serve alla
vita della comunità. Il bestiame conta 60 bovini, 400 pecore,
110 porci, 35 paia di buoi da lavoro e 30 animali da soma.
La relativa
tranquillità che s'instaura per tutto il Cinquecento fa sì che
Castel Francesco continui a svilupparsi e a raggiungere sul
finire del Seicento una popolazione di 610 persone raccolte in
121 famiglie. A testimonianza del florido periodo si ricordano
le opere promosse dal capitano Francesco Ferretti consistenti in
ampliamenti dell'intera rocca, nella costruzione di un "casino"
nel borgo con logge e giardino e di una chiesa dedicata a S.
Stefano. È poi più o meno nello stesso periodo che i Ferretti
completano l'edificazione della villa di Monte Domini, un
superbo esempio di edilizia signorile cinquecentesca ad uso di
abitazione estiva. C'è ancora da aggiungere che in relazione
allo sviluppo dell'abitato, che nel primo Seicento assume la
definitiva denominazione di Castel Ferretti, viene decisa, nel
1629, la fabbrica di una nuova chiesa all'interno del castello,
in luogo dell'antica ormai inadeguata ad ospitare i fedeli nel
corso delle varie cerimonie liturgiche. La chiesa, che mantiene
il titolo di S. Andrea, è sede di un parroco nominato dagli
stessi conti Ferretti. La canonica di due sole stanze è
anch'essa all'interno del castello.
Fra Seicento
e Settecento la tranquilla vita paesana, scandita secondo i
ritmi naturali, non conosce grandi turbamenti risentendo poco
dei problemi assillanti alcuni esponenti della famiglia Ferretti
che si trovano coinvolti in due impegnative liti con la comunità
di Ancona. La questione, insorta negli ultimi decenni del '600,
riguarda soprattutto la pretesa di Ancona di comprendere anche
Castel Ferretti nel numero dei castelli soggetti alla propria
giurisdizione e perciò tenuti al pagamento di gabelle e tributi
alla Dominante. Già una prima volta la lite si risolve a favore
dei Ferretti i quali possono ampiamente dimostrare i loro
diritti feudali sanzionati da parecchie bolle pontificie emanate
tra XV e XVI secolo, da ultima quella di Clemente VIII del marzo
1593. Dopo quasi mezzo secolo la disputa si riaccende nel 1760,
ma ancora una volta i Ferretti hanno la meglio ed è a loro
confermato ogni diritto sul castello e suo territorio da
ritenersi luogo baronale.
Il
governo dei Ferretti seguita così a reggere le sorti del paese fino
agli anni della prima invasione bonapartista, quando nel triennio
1797-99 i Ferretti son chiamati diverse volte a contribuire alle
spese per lo stazionamento dell'esercito d'occupazione. Non avendo
sempre sufficiente denaro a disposizione la famiglia è costretta
a porre ipoteche sui beni di Castel Ferretti. Beni che negli anni
della prima restaurazione, ristabilito il sovrano pontefice, i Ferretti
riscattano per la maggior parte. Sono poi i decreti consalviani
del 1817 a privare anche i Ferretti, e questa volta definitivamente,
di ogni diritto giurisdizionale sulla loro contea. Dopo quasi cinque
secoli ha così termine la signoria dei Ferretti e di lì a qualche
decennio si estingue anche il ramo principale dell'illustre famiglia.
Segnaliamo:
Parco zoo di Falconara, il Paese dei Bimbi - Areoporto Falconara
- Raffineria Api Falconara Marittima.
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