La Storia
di Barbara |
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Il comune di Barbara affonda le sue radici
storiche ed onomastiche nell'epoca dell'invasione dei Longobardi: verso la fine
del VI° secolo un avamposto di questo popolo germanico -"barbaro" cioè straniero
– si insediò qui, ai confini con il territorio della città bizantina di
Senigallia, in posizione intermedia e dominante fra le antiche città romane di Ostra e Suasa, ormai abbandonate.
Dopo la disfatta longobarda ad opera dei Franchi nel 774, con l'istituzione del
Sacro Romano Impero il territorio venne indemaniato. Successivamente,
trasformato in feudo ecclesiastico, è affidato all'abbazia benedettina di S.
Maria di Sitria, fondata agli inizi del sec. XI sulle pendici del Monte Catria
dal santo monaco riformatore Romualdo da Ravenna.
Neanche il nuovo comune, costituitosi nel 1257 grazie al protettorato jesino,
riuscirà a sciogliere i vincoli vassallatici, che perdureranno fino alla
costituzione del Regno d'Italia, per tutta l'età moderna, periodo nel quale il
paese di Barbara diventerà la sede amministrativa degli estesi possessi
dell'abbazia, ormai trasformata in commenda ed affidata dal 1453 ai cardinali
delle più importanti famiglie dello Stato Pontificio, come i Cesi, i Barberini,
gli Albani.
Il centro storico di Barbara si articola su due alture di una tipica dorsale
collinare marchigiana, allungata tra i fiumi Misa e Nevola: a monte sorge il
Castello; verso il mare, al di là del fossato e del ponte levatoio frapposto, si
estendeva il Borgo munito di una cinta difensiva culminante in una propaggine
occidentale chiamata Castellaro, probabilmente perché costituiva il sito più
antico ed elevato e perché fruiva di rudimentali fortificazioni: un terrapieno
ed una palizzata. Gli stessi ipogei o grotte del Castellaro costituiscono
gallerie e vani sotterranei scavati nella roccia arenaria non solo per la
conservazione delle derrate alimentari, ma anche a scopo di riparo o di via di
fuga verso il fossato ed il castello durante gli assedi, come nel caso del
sotterraneo murato del palazzo "Bùfera", sede del ristorante tipico "'L
Castellaro".
Il borgo medievale si allunga in un pendio o piaggia, la quale scende dal
castello alla chiesa neoclassica dell'Assunta ripartita in due strade parallele,
denominate nel dialetto locale Piazza e Piazzetta. La Piazzetta, via più
ristretta ed aristocratica, sale dalla Costarella, ripida china affiancata al
monumentale tempio mariano, per confluire nello Spalmento, l'attuale piazza
Cavour antistante al castello. Sulla destra, i vicoli, caratteristiche viuzze
popolari del Castellaro, delimitano due palazzi affacciati sulla strada e
rispettivamente appartenuti nel primo Ottocento alle famiglie signorili Leli e
Bufera.
Passeggiando lungo le declinanti vie del paese in una gradevole visita, si
possono idealmente ripercorrere gli sviluppi urbanistici del centro abitato nel
corso dei secoli: partendo dal castello medievale e dal sottostante borgo
cinquecentesco, passando per l'attuale Borgo Mazzini - sviluppatosi
nell'Ottocento con il nome di Borgo S.Francesco - si perviene prima alle "Case
Nove" d'inizio Novecento, odierna Via Vittorio Veneto, poi al moderno quartiere
di Via Fratelli Kennedy.
Oggi Barbara conta
circa
541 famiglie per un totale di
1465 abitanti di cui
714
maschi e
751 donne
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Il Castello
Il castello
duecentesco, ristrutturato nel Quattrocento è ancor oggi
circondato da una muraglia con scarpa, munita di quattro
fortificazioni d'angolo e culminante in un imponente mastio
sopraelevato, attualmente definito "'l Torrione". I due piccoli
torrioni del lato Nord sono sostanzialmente integri, presentano
ancora la postazione degli artiglieri, le merlature o le bocche
da fuoco per colubrine o archibugi; l'alta torre di SO è stata
invece ricostruita negli anni '60 in luogo di un precedente
torrione quattrocentesco diroccato in seguito ai bombardamenti
della Guerra di Liberazione; il basamento di una quarta
casa-torre è ancor oggi in parte visibile in prossimità del
vertice angolare del settore orientale delle mura.
Il mastio o 'arce', come veniva definito nei documenti coevi,
difendeva l'attigua sede del signore locale - normalmente
l'abate - o dei suoi rappresentanti, ma sovrastava tutti i lati
del castello e poteva battere la campagna circostante con i due
mortai di cui era munito. Due ponti levatoi chiudevano gli
accessi principali, costituiti a Sud dalla Porta Roma, presso il
Palazzo Abbaziale, e a Nord dalla porta dell'arco di S.Barbara
prospiciente un profondo fossato oggi colmato.
Il castello, conteso da Guelfi e Ghibellini per la sua
inviolabilità, fu teatro di due vincenti azioni difensive nel
1461 e nel 1517, rispettivamente di fronte alle truppe
assedianti di Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, e di
Francesco Maria Della Rovere, duca di Urbino.
Il palazzo abbaziale, attuale sede municipale, ristrutturato nel
Settecento per ospitare il cardinale Annibale Albani nipote del
papa e abate di Sitria, presenta ancor oggi nel piano nobile
superiore le sale della residenza cardinalizia scandite da
architravi, con inscritto il nome del prelato, e porte originali
dalle eleganti serrature in ferro battuto. La prima e più grande
sala d'aspetto presenta ancora affisso alla parete lo stemma
degli Albani, dipinto in cotto. Altre interessanti curiosità
attendono il visitatore: il soffitto cassonato in legno della
cappella privata cardinalizia, la sala delle udienze, odierno
ufficio del sindaco dove si custodisce altresì un'immagine di
S.Barbara, opera seicentesca di Pietro Paolo Ubaldini, seguace
della scuola romana di Pietro da Cortona; la cassapanca
settecentesca decorata con un dipinto dello stemma degli Albani;
la scala a chiocciola in pietra, che, addossata alle mura,
costituiva un ulteriore collegamento interno con gli ambienti
superiori ed il pianterreno.
Percorrendo Via Castello, dopo essersi affacciati a destra dagli
spalti dello "Spiazzo" - una graziosa piazzetta con fontana che
si apre sugli imponenti cedri del giardino Mattei e su un
panorama collinare che spazia ad Est fino al Monte Conero - si
discendano le "scalette" ed in Via delle Mura ci si volga verso
l'alto ad ammirare l'incombente mole poligonale del mastio; di
fronte sono ancora visibili i ruderi delle fornaci dei ceramisti
barbaresi ,"i vasari", documentate fin dal Cinquecento ed attive
fino alla prima metà del Novecento; più in basso, aggirato il
torrione merlato di NE, si osservi il passaggio pensile dal
palazzo al giardino Mattei e la suggestiva volta gotica, già
addossata al ponte levatoio.
Ritornati allo "Spiazzo", piazza Garibaldi , si prosegua verso
l'arco di S.Barbara o dell'orologio comunale - la cui presenza è
documentata fin dal '700 nella stessa sede in cui oggi sono
conservati gli antichi ingranaggi - e qui si guardi il campanile
municipale, ristrutturato nel Seicento, la cui campana dalle
origini duecentesche del Comune ai giorni nostri ha annunciato
la convocazione del consiglio comunale.
Sotto la volta dell'arco di S.Barbara, si apre l'omonima chiesa
barocca ricostruita nel 1694 per opera del cardinal Carlo
Barberini, abate commendatario, sulle fondamenta della vecchia
sede, un piccolo luogo di culto ricavato in una casa privata
quattrocentesca dallo stesso proprietario, memore dello scampato
pericolo nell'assedio delle artiglierie malatestiane del 1461,
descritto in un passo dello storico jesino Piero Gritio
riportato in un'epigrafe affissa sulla sinistra della stessa
chiesa, all'esterno.
All'interno si ospitano anche preziosi cimeli storico-artistici:
oltre all'acquasantiera originale nell'ingresso, alla statua
della santa patrona custodita nella nicchia dell'altare
maggiore, all'immagine della Madonna dell'Olivo nella cappella
di sinistra, già venerata come miracolosa e trasferita qui
insieme all'epigrafe dopo essere stata prima tagliata dal muro
di un'originaria edicola rurale - oggi definita "Madonna del
Bastardo" - e poi conservata per oltre un secolo nella chiesetta
periferica di S.Rocco. I gioielli della chiesa sono però: le
stampe francesi della Via Crucis; il S. Antonio Abate di anonimo
del Settecento con la rappresentazione schematizzata
dell'abitato di Barbara, dove si possono riconoscere sulla
sinistra la vecchia chiesa romanica dell'Assunta, con l'abside
orientato verso Est, sullo sfondo il mastio ed in primo piano il
torrione di NO; la Santa Barbara di Sebastiano Conca, stimato
rappresentante della scuola pittorica romana del primo
Settecento, già esposta sull'altare maggiore e, "dulcis in
fundo", la Madonna, con l'arcangelo Michele S. Nicola da
Tolentino, S. Giuseppe e S. Carlo Borromeo, opera matura del
veneziano Claudio Ridolfi (1560-1644), nella quale l'artista
supera il consueto stile compositivo, conferendo al dipinto una
caratterizzazione plastica e realistica.
Sul lato opposto all'entrata della chiesa, è ancora affissa
nell'entrata principale del castello comunale la cinquecentesca
tavola lapidea dei pesi e delle misure locali - la più antica
fra le consimili del Senigalliese : vi sono descritte in alto le
misure lineari locali del piede ed ai margini quelle del braccio
del panno della lana e del lino, al centro la superficie del
coppo ed del mattone, in basso il peso del boccale di vino; nel
mezzo si apre una fessura per l'inserimento di gabelle e multe
da pagare alla cancelleria comunale che aveva sede all'interno.
L'edificio ospitava altresì le carceri nel pianterreno e, in un
angusto vano seminterrato ricavato a ridosso delle mura aveva
sede una cella d'isolamento, la "segreta", della quale resta la
porta lignea, consolidata con rinforzi e serrature in ferro
battuto.
Il visitatore non abbandonerà il castello senza essersi
inoltrato lungo la Via Castelfidardo, vecchia Via del Forno, ed
aver visitato l'antica piazzetta donde si diramano la viuzza
porticata chiamata " 'l Landrone" e la sottostante stradina del
"Ghetto" e si aprono le porte di vecchi edifici che immettono
nelle "grotte", sotterranei e gallerie quattrocentesche
magistralmente scavate nell'arenaria; la sottostante balconata
delle mura offre uno sguardo sul paesaggio collinare occidentale
verso Castelleone di Suasa.
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